venerdì 25 febbraio 2011

Trolljegeren (2010)


I mitici troll Norvegesi esistono.  La prova arriva dal misterioso ritrovamento di un video contenente un documentario semi-amatoriale.
La pellicola fu girata da un gruppo di studenti dell'università di Volda.
I tre malcapitati, investigando su una assurda morìa di orsi, incontrano uno strano personaggio che risulterà essere un cacciatore di troll.
Il documentario descrive il viaggio dei protagonisti alla ricerca dei mostri e racconta le scoperte sulle loro abitudini.

In Trolljegeren nutrivo delle aspettative enormi. Ricordo di aver letto qualcosa in qualche blog (se qualcuno l'aveva segnalato me lo indichi nei commenti) e da allora l'ho cercato inutilmente con tutti i mezzi a mia disposizione. Finalmente l'ho trovato. Purtroppo l'ho trovato.
Per prima cosa amo alla follia i monster-movie, come ho già avuto occasione di esprimere (Monsters); secondo, adoro la sensazione di realismo che trasmettono le riprese con videocamera pseudo-amatoriale; terzo, siamo di fronte alla denudazione di una leggenda norvegese conosciuta in tutto il mondo e degna di una certa attenzione anche dagli amanti del fantasy e dei giochi di ruolo. Chi, giocando ad un rpg, non ha mai dovuto affrontare un Troll della montagna?
Adesso ce li abbiamo qui davanti. Nudi e crudi. Pronti a soddisfare ogni nostra curiosità e a deliziare i nostri occhi. E invece la delusione è grande.
Il film è un modernissimo mockumentary, come è di moda chiamare oggi questo tipo di pellicole, in cui gli effetti speciali fanno sgranare gli occhi ma non riempono il vuoto immenso lasciato dalla scomparsa totale del racconto.
Risulta impossibile non mettere a confronto questa opera con “The Blair Witch Project” e ancora di più con “Cloverfield”. Se il Trolljegeren è un miscuglio di immagini montate male, gli altri due sono gioielli di montaggio, tutti dedicati a trasportare lo spettatore, attraverso gli occhi dei protagonisti, verso il finale supremo. Qui purtroppo abbiamo una serie di eventi che si ripetono ciclicamente e finiscono per confondere il filo logico, già flebile di suo.
Gli attori non brillano certo per la recitazione. Inguardabile l'insabbiatore governativo. La figura del cacciatore è banalissima e si sarebbe potuto  aumentarla di spessore e dato l'argomento, renderla un pò più mistica o magica.
La sceneggiatura è praticamente assente e ci sono dei buchi giganteschi (come i troll...). Per esempio, non si capisce come mai un vecchio e burbero cacciatore di Troll, pagato dal governo e sotto l'obbligo della più stretta discrezione, decida di farsi seguire da un gruppo di giornalisti in erba pronti a pubblicare ogni suo possibile segreto. Inoltre, la gente che abita in Norvegia, o è completamente cieca o completamente stupida, visto che scambia delle bestie schifose e puzzolenti, alte decine di metri per orsi o tornado(?). E poi perché ci viene spiegato che i troll sono belve “completamente stupide” ma sanno distinguere perfettamente un Cristiano credente da un Mussulmano? Perché il governo nasconde la presenza dei troll? Perché prelevi il sangue al troll e poi lo uccidi brutalmente?
Potrei continuare per tutta la durata del post, ma mi fermo qui.
Se per altri film si potrebbe trascendere la sceneggiatura a favore del senso profondo del racconto, in un mockumentary la “spiegazione” è fondamentale esattamente come lo è la sua completa assenza. Trolljegeren non avrebbe dovuto rimanere nel mezzo, ma imboccare con coscienza una o l'altra strada.
In alcuni momenti il film mi ha violentemente portato a incontrare Morfeo, in altri mi ha fatto stupire del realismo con cui sono stati rappresentati i mostri. Col senno di poi, però, ho notato una stranissima discrepanza tra i primi troll e gli ultimi, che mi ha fatto riguardare alcune parti della pellicola.
Fino a tre quarti del film i troll sono mostri spelacchiati e deformi, addirittura dotati di tre teste. Mano a mano che si prosegue con la scoperta di altri troll, cominciano ad assumere l'aspetto più conosciuto ai molti, con lungo naso, folta capigliatura ed enormi piedi. Sembra quasi che in un primo momento si volesse stravolgere la figura tradizionale del mito, per poi riportarla alle sue sembianze “normali”.
Se il film diventa un attesa estenuante della prossima comparsa di un troll, quando entra in scena il mostro finale non si può fare a meno di notare le continue difformità di proporzione che l'essere assume a seconda dell'inquadratura e della necessità del regista.
Non so se il sonno mi ha fatto traballare la concentrazione ma credo che film così affascinanti sulla carta debbano essere affrontati con più convinzione dalla produzione, ma soprattutto dal regista e dagli sceneggiatori.
Se il film si guarda con un certo distacco, quasi fosse un servizio del National Geografic, è abbastanza bello ma a metà ci si rende conto della mancanza di profondità. Non si arriva mai da nessuna parte.
Il finale è talmente inutile e inconcludente che ti passa la voglia di sapere cosa accadrà dopo.
Sono assolutamente sincero: ci sono rimasto malissimo. Era davvero difficile rovinare un soggetto così interessante e pieno di possibili sfumature, ma ci sono riusciti.
Guardate il film perché è particolare e fuori dal comune e la mia opinione non è la verità assoluta, ma non aspettatevi di gridare al capolavoro. L'unico grande colpo di genio si ha alla fine dei titoli di coda. Molto carino.
La tecnica del falso documentario deve servire per raccontare una storia con mezzi alternativi e farti diventare parte della trama, esasperando il realismo. Non deve essere un sistema per nascondere le crepe di realizzazione, altrimenti “el tacòn el vién pexo del sbrego” (la pezza diventa peggiore dello strappo).

lunedì 21 febbraio 2011

Sanctum (2011)

Un gruppo di speleologi, comandati dal veterano Frank, sta per concludere l'esplorazione del più grande sistema di caverne del mondo, situato nel distretto di Esa'ala in Papua-Nuova Guinea, quando arriva una tempesta tropicale che li intrappolerà nelle viscere della terra.
Il gruppo sarà costretto a trovare una via di fuga alternativa. Il percorso si rivelerà molto più difficile del previsto, anche per esperti come loro.

Togliete la dicitura “3D” dai titoli dei film

Cosa porta al cinema a vedere un film in cui la locandina ti avvisa con molto entusiasmo :“produttore esecutivo James Cameron di Titanic e Avatar (doppio wow!!!)”? Sinceramente me ne sarei rimasto volentieri a casa, ma finire in 3D nelle viscere di una caverna sommersa d'acqua e circondata da paesaggi spacca-occhi, beh, ragazzi, non c'è prezzo.
Oh, dio... Il prezzo del biglietto del cinema che con gli occhialini lievita fino a raggiungere i 10 euri e l'imminente aumento del nostro caro governo, sono costi che eviterei volentieri, ma lasciamo perdere.
Il film, di base, è di una banalità assoluta e i personaggi sono la merce più standardizzata che si possa trovare sulla piazza. C'è il vecchio saggio ed eroe, il giovane figlio fighetto che odia il padre, il pirla ricco da cui ti aspetti il colpo di testa da un momento all'altro, il cicciottello esperto di computer, l'indigeno che morirà per primo e, ciliegina sulla torta, la cretina di turno che non ha mai fatto la speleologa, non ha mai fatto sub ma ha due belle tette.
Il fatto che i protagonisti siano così familiari, però, aiuta notevolmente ad entrare nello spirito del film che alla fine non è poi così deludente. Le scene d'azione sono ben fatte e si nota ovunque la mano di Cameron che tiene sotto controllo il giovane regista Alister Grierson, facendogli portare le sue avveneristiche videocamere 3D con grande cura. Non si sa mai che gliele rovini.
La sceneggiatura scritta da Wight è diretta e semplice e tutto si incentra su immagini mozzafiato, passaggi in cunicoli impossibili e immersioni nel buio  assoluto. I dialoghi sono ristretti al minimo indispensabile.
Alla fine ci si diverte per buona parte del film e ci sono un paio di spunti che non si possono sottovalutare in pellicole di questo (basso) calibro: le azioni compiute da Frank sul vecchio amico Luko, rimasto gravemente ferito, e (l'amante?) Judes, fanno rientrare il film nel gorgo maledetto del perturbante; la trama segue imperterrita la strada del “moriremo tutti” e lo svolgimento si arricchisce con uno o due bei colpi di scena.
*** SPOILER ***
Un'ultima considerazione riguarda il “pirla” di turno che è Mr.Fantastic dei “Fantastici 4”. Se non lo avete odiato nei panni dell'uomo di gomma che si spupazza la splendida Jessica Alba, allora qui vi divertirete un mondo a vedergli fare la figura del cretino e morire come un imbecille.
*** SPOILER ***
Sanctum è fondamentalmente un film per ammortizzare i costi delle attrezzature di Avatar e quindi non non ha grandi pretese, tanto che il budget immenso (30 Milioni!), ad oggi, non è stato neppure coperto per la metà dagli introiti.
Alla larga i claustrofobici.

martedì 15 febbraio 2011

Kynodontas (2009)

Tre fratelli, un maschio e due femmine, tra i 20 e i 30 anni giocano spensieratamente all'interno della loro villa, dispersa tra le montagne della Grecia.
Tutto sembra scorrere tranquillamente quando si capisce che i tre sfortunati sono prigionieri inconsapevoli di due genitori iper-apprensivi che li tengono segregati fin dalla nascita, impedendo loro ogni possibile contatto con la realtà dell'esterno.
Tutto il loro mondo rimane racchiuso tra le alte mura che circondano la dimora, ma la vera gabbia è quella psicologica e oscurantista, creata da un padre possessivo e ossessivo e una madre succube e accondiscendente.
Tra azioni moralmente ed eticamente al limite del comprensibile si farà largo la figura di una involontaria salvatrice, la pseudo-prostituta Cristina, che porrà le basi per la liberazione di uno dei tre reclusi.

I “Kynodontas” sono i denti canini. I canini da latte cadono quando siamo piccoli e vengono sostituiti da quelli definitivi, più vigorosi e appuntiti.
Kynodontas è un film complesso da valutare, sotto molteplici punti di vista perché affronta temi tabù e problematiche pedagogiche importanti.
E' difficile guardarlo senza provare un molesto senso di scopofilia misto a pena e moralismo facile.
E' impossibile inquadrarlo in un genere preciso, ma come insegna il Malpertugio: “Ci sono infinite sfumature che cerco in questo non-genere”. Quindi, personalmente, una sfumatura horror ce la possiamo anche dare.
Da un punto di vista prettamente cinematografico la regia di Yorgos Lanthimos è latente, non è il centro della pellicola e le inquadrature sono semplici e stilizzate, atte a mantenere l'attenzione su una sceneggiatura che rimane in piedi nonostante le falle che si possono intuire in un racconto come questo (Nessun parente? Assistenti sociali, no, eh? Venditori porta a porta, mai? Malattie?). Ma questo non è assolutamente un aspetto che disturba nel film, mai.
Gli attori sono meravigliosi, a partire dalla sorella “maggiore” che esprime una morbosa sensualità lolitica, e interpreta il suo ruolo con impegno e serietà, fino alla “madre” che rappresenta egregiamente la funzione di controllore apatico.
Il migliore però è il “padre” che si stampa a fuoco nel mio cervello come uno dei peggiori aguzzini famigliari di sempre, assieme a Perry Banson, alias Dad, di “Mum & Dad”. Brutto, peloso e antipatico, impersona in ogni aspetto il “padre-padrone” e fa accapponare la pelle quando cerca di esternare dolcezza e amore verso i figli.
Nel film non vengono mai pronunciati i nomi dei protagonisti. Loro sono solo “il padre”, “la madre”, “il maschio”, “la grande” e “la minore”. Questo fatto amplifica l'angoscia che si prova durante tutto lo svolgimento della trama. Solo ad un certo punto, quando la coscienza di uno dei tre fratelli comincerà ad espandersi, si udirà un nome: “Bruce!”; ripetuto fino alla nausea.
Il greco moderno, che è la lingua in cui è parlato il film, rende ogni dialogo completamente piatto e senza sentimento. A mio parere, il doppiaggio toglierebbe una parte importantissima alla recitazione che si basa fortemente sulla dialettica “falsata” dei protagonisti. Quindi consiglio caldamente di vederlo con i sottotitoli che si possono scovare facilmente in rete.
In questa storia il perturbante si cela nella vita quotidiana dei tre fratelli, negli insegnamenti distorti dei genitori e nella loro sessualità corrotta.
Il “maschio” si trova in età puberale o post-pubertà e il padre, per attutire i suoi bisogni sessuali, gli porta con regolarità una donna, Cristina, che si fa pagare per le sue prestazioni. Il sesso tra la donna e il ragazzo è una tra le rappresentazioni più turbanti degli ultimi tempi. Nessun sentimento, nessun risentimento, nessun piacere.
Il peggio arriva quando Cristina entra in contatto con la “maggiore” e decide di scambiare un suo cerchiello per i capelli con una prestazione di cunnilinguo. Dopo un po' la “maggiore” intuisce l'immoralità nel comportamento della donna e ne approfitta per barattare delle videocassette. Questo “furto di realtà” farà scattare la molla della pazzia nella ragazza che porterà l'intera vicenda verso un doloroso epilogo. Quando il padre si accorgerà del “male” che è entrato a casa sua, deciderà di sostituire Cristina con una delle due sorelle. La “scelta” del fratello “maschio” è assolutamente da non perdere.
Nel film ci sono delle scene che ti entrano sotto pelle e ti portano a dubitare della tua stessa moralità. Quando le due sorelle arrivano a un passo dal rapporto lesbico, ti chiedi se lo vuoi vedere o se quello a cui stai per assistere è una deviazione malata. Quando madre e padre sono mezzi nudi davanti a un film pornografico, pensi ai tuoi, di genitori, e ti raggiungono delle visioni davvero raccapriccianti. Quando vedi il “maschio” eccitarsi (e si vede davvero tutto...) con la masturbazione eseguita dalla “maggiore”, allora lo stomaco comincia a dare segni di cedimento.
E il gatto? E i pesci in piscina? E gli aerei giocattolo? Sono una serie di astute invenzioni che mantengono viva l'attenzione e sorprendono per lo spessore e l'intensità narrativa.
Il punto cruciale del film, in ogni caso, sta nell'indottrinamento attuato dai genitori verso i figli. Avete presente quando vostra madre vi ha detto da piccoli: - Non uscire che c'è il Babau/Lupo/Uomo nero? Ebbene, provate a pensare se questi ammonimenti rimanessero in voi come dogmi assoluti, e non vi fosse ombra di dubbio sulla loro verità. Questo è quello che credo sia passato nella testa dei due scrittori (Lanthimos e Filippou) che poi l'hanno tradotto a meraviglia, portando sullo schermo una vicenda tanto assurda quanto realistica e cruda.
Non c'è violenza come l'abbiamo conosciuta troppe volte al cinema, non ci sono assassini o torturatori, non c'è spasmo e paura, solo un piccolo canino superiore destro (“o sinistro, non ha importanza...”) che cade sotto i colpi di un greto oscurantismo casalingo e non ricrescerà mai più.
Kynodontas è nominato agli Oscar 2011 come miglior film straniero e ha già vinto una gran quantità di premi e ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo. Complimenti, non è facile per una pellicola di questo stampo.
Da vedere assolutamente, stringendosi in grembo il proprio peluche preferito e lasciando fuori dalla porta ogni moralismo.

lunedì 14 febbraio 2011

Jennifer's body (2009)

Finalmente è arrivato un bel film da sfogo. Non so cosa mi abbia spinto a guardare questo pietosissimo agglomerato di nullità, ma sai, ho Sky Cinema e ogni tanto si trova il tempo di "bagolàre" tra i canali così mi sono imbattuto in questo titolo sul quale avevo letto una recensione qui.
Non ebbro dalle bellissime parole di Asgaroth's e Midnight mi sono immerso in questo spledido bitume melmoso.
Dio ce ne salvi!
Non sono riuscito a completare la visione, neanche per sbavare davanti alle grazie di Megan Fox. Non per la recitazione da dogsitter, ma perché avendo un gran pezzo di figliola del genere non sono riusciti neanche a dare uno sprazzo di interesse sessuale.
Il film è un escremento mal riuscito e maleodorante che mi ha fatto soffrire per mezz'ora (si, mezz'ora, perché posso mandare avanti col mysky senza patirmi altre inutili accozzaglie di inutilità).
Non posso dilungarmi oltre perché ho cose più interessanti da fare, tipo martellarmi le parti basse prima di guardare certe nefandezze dopo essere stato avvertito.
Ma perché non maltrattano così altri generi? Possibile che sia sempre l'horror (non che questa roba si possa definire horror, eh?!) a subire queste deturpazioni così evidenti?

Ma dai!

sabato 12 febbraio 2011

R: The Loved Ones (2009)

Questo non è un post convenzionale o meglio, non è una recensione come le altre. Il grande Elvezio su questo post recensisce "The loved ones" e il commento sarebbe troppo lungo per metterlo direttamente sul suo blog. Spero di non fare qualcosa di maleducato o illegale. In caso, avvertitemi che cambio strada.
Cominciamo...
Il primo pensiero che mi sovviene è che se scrivo che la pellicola fa schifo, sembro quello che vuol fare il fico e il bastian contrario. Il secondo è che se il film mi è piaciuto, sembro condizionato dalla lettura del post dell'amico Elvezio o peggio, apparire un leccaculo.
Davanti a questo bivio pensate quello che volete e mi sento di dire che alla fine del film non ho avuto una sensazione tale da gridare al capolavoro, ma la storia scorre bene e non mi sono addormentato sul divano.
Il punto forte, come dice Elvezio, è l'originalità del racconto, mentre, parere personale, Il grosso punto debole è la strana e insensata decolorazione di alcuni personaggi.
Partiamo con l'amico di Brent. Dovrebbe seguire il canovaccio dell'amico burlone ma ne esce un pirla che cerca di gestire una figliola piena di problemi esistenziali (e padre poliziotto!) a suon di canne e alcol.
La fidanzata di Brent è a metà strada giusta tra la reginetta del ballo e una nerd. Bruttina quanto basta per far figurare il partner come fighetto di turno.
E poi il punto forte: la mega-lady-dark-cattiva-superfiga che di notte piange perché il papi non  ritrova il fratellino sparito sei mesi prima e (ennesimo buco) non si capisce dove sia finito... (grazie a D.M. per la segnalazione).
Se tutto il cast fosse composto dai due protagonisti, il padre e la madre di lei e i bolliti nella botola, credo che il tutto sarebbe stato meno "emo" e più gradevolmente "folle".
A me il protagonista fa venire in mente certa attoraggine di nuova generazione, pronto a essere messo in un nuovo "twilight" o altra spazzatura del genere. Magari sbaglio, ma tutto mi sembra, meno che "modestino".
Non è che il primo chiodo non viene piantato, perché è meglio un fico senza piedi che un emo eunuco?

giovedì 3 febbraio 2011

Body #19 (2007)

Il giovane Chonlasit vive assieme alla sorella P'ae e soffre di gravi allucinazioni che sfociano in atti di violenza e autolesionismo. P'ae consiglia il fratello di farsi visitare da una psichiatra che lavora nel suo stesso ospedale. La dottoressa Usa si offre malvolentieri a questa incombenza e da quel momento si susseguono una serie di efferati omicidi compiuti, sembra, dallo spirito malvagio di una docente di psicologia, la dottoressa Dararaj, scomparsa da qualche tempo. Le visioni di Chon riguardano proprio questi eventi.
La chiave di svolta di tutta la vicenda sarà il mistero che avvolge la vita di Dararaj.

Unite una sceneggiatura impeccabile, effetti speciali perfetti e un regista incredibilmente visionario e in piena vena artistica ed ecco che avrete un piccolo capolavoro del cinema Thailandese, e non solo.
Il film esce in Tailandia nel 2007 ma qui possiamo gustarcelo solo adesso, e la paura è che probabilmente non uscirà al cinema ma solo in DVD.
Il regista, Paween Purijitpanya, è a me sconosciuto ma lo stile si avvicina molto a "The Ring" (l'originale) e "The Grudge" (sempre l'originale), lasciando da parte stancanti leggende metropolitane.
In questo film si incastrano alla perfezione lo splatter e l'amore, l'omicidio e il bel canto, la pazzia e la magia.
L'inizio è abbastanza noioso e i protagonisti sembrano intrappolati in ruoli che non gli competono. L'esempio lampante è proprio il protagonista, Chonlasit, che sembra uno stupido bamboccio senza spina dorsale. Ma qui casca l'asino.
Non fermatevi alla prima mezz'ora anche se la vostra mano trema dalla voglia di spegnere il lettore e guardare qualcos'altro. Lo scopo del regista\scrittore è proprio quello di spiazzare e sconclusionare la vicenda.
La strada tortuosa che prende Paween deve essere percorsa con estrema precisione, pena il rischio di cadere nel comico e nel film fantozziano. Ma il mezzo è un carrarmato ben corazzato che invece di percorrere, distrugge e smonta a suon di visioni e rivelazioni ogni certezza creata in precedenza.
Viene utilizzato anche un concetto dell'immaginario orrorifico di Poe, il "mesmerismo", che è abilmente riportato in vita con le sembianze di una moderna strega che usa il suo potere per poter vivere per sempre sulle note della splendida "I Miss You Every Time I Am Alone", colonna sonora del racconto.
Il film termina in tre passaggi: il primo, lento e "americano", senza nessun senso; il secondo, "politicamente corretto", chiuderebbe il thriller che permea la storia; il terzo, meravigliosamente perturbante, ti ipnotizza e ti fa capire che c'è ancora qualcuno che sa che cosa è l'horror.
Vi assicuro che "Case sub 19", questo il titolo in alcune locandine, è un piccolo gioiello da inserire nella propria "horrorteca".

Vi posiziono qui in vetrina il video della canzone del film che ho trovato particolarmente carina. Eccovi la "Celine Dion" Tailandese