mercoledì 30 marzo 2011

The Clinic (2010)

Beth, ormai al capolinea della propria gravidanza, e Cameron, il padre del nascituro, viaggiano in auto assieme verso la casa dei genitori di lei per festeggiare il Natale. Tutto sembra proseguire nel migliore dei modi quando un furgoncino li fa sbandare. Decidono così di passare la notte nel vicino motel. La notte passa tranquilla ma al mattino Cameron non ritrova l'amata al proprio fianco. Beth, infatti, si risveglia in una vasca da bagno piena di ghiaccio e con la pancia operata a cesareo e svuotata del suo prezioso contenuto. Beth scoprirà presto di non essere da sola ed inizierà così il pericoloso percorso di alcune madri, disposte a tutto pur di ritrovare i propri bambini all'interno di una struttura sconosciuta.

Avvertenza: dopo aver scritto la mia recensione sul film, con la paura di aver esagerato, ne ho letta qualche altra e lo valutano mediamente "guardabile, nulla di ché" (in particolare questa, molto ben scritta). Vi accorgerete che la mia opinione è "lievemente" scostante...

Mentre ci si appresta a vedere The Clinic e aver letto la trama, si prova un senso di verginità mascolina. Nel senso che la gravidanza per un uomo è qualcosa di assolutamente incomprensibile e stravolgente. Allora mi metto sul divano comodo, pronto a papparmi qualche schifezza alla "A'l'interieur" cercando di mantenere lo sguardo sul film. La pellicola comincia dicendo che nel 1979 non c'era ancora il test del DNA. Vedo due bei bamboccioni su una giardinetta anni settanta, lui fico e fisicato, lei fica e labbra rifatte. Labbra rifatte!? Mah, probabilmente è talmente carina che le labbra ce le avrà così di natura, penso. E invece, più la storia continua e più lei ha proprio due bei canotti. Ma negli anni settanta la chirurgia estetica aveva già fatto questi passi? Non ne sono sicuro. Allora guardo lui che è proprio un fustacchione, troppo fustacchione... ma certo! E' Spartacus! Ma cosa ci fa in mezzo al deserto Australiano con una donna incinta di due gemelli? Si, uno in pancia e uno in bocca. Penso di aver capito che la clinica del titolo, probabilmente, è una clinica estetica e non ostetrica.
In questo film credo che il cast sia stato scelto da Maria De Filippi direttamente da "Uomini e Donne" e la cosa più divertente in assoluto è quando Beth, la protagonista, piange. Avete presente quando da piccoli si diventava bastardi dentro e si cercava di far piangere il più forte possibile la sorellina o la cuginetta? Ebbene la goduriosa sensazione che si prova a vedere piangere Beth è proprio questa. E mi scuso profondamente con tutte le donne, ma è troppo irresistibile la risata sincronizzata alle lacrime di Beth. Cameron è il perfetto modello da battaglia nell'arena ma completamente disassato nel ruolo del bravo moroso ciccì-cocò.
La vicenda si dipana lentamente e la sceneggiatura esplode per lasciare spazio a scemenze di tutti i tipi. I due romanticoni si fermano in un motel che guarda caso è gestito da un tipo ripugnante che ha scritto in fronte: "sono il tipo che vi metterà nei guai, quindi statemi lontano". Ma loro ci pensano su un attimo e decidono di restare, tanto c'è anche una bellissima piscina piena di cacca e teste di Chucky e anche dei tipi strani che vengono a controllare quanta panciona ci ha la Beth. Simpatici, davvero.
Poi, pensa un pò, il motel si rivelerà il punto di raccolta delle donne incinta e Beth viene rapita. E qui scatta il primo gigantesco punto di domanda dell'omino nel cervello che inizia a vibrare: "Ma come facevano i cattivi a sapere che in macchina c'era una donna incinta? Come mai gli sposini si sono fermati nell'unico motel dove si rapiscono bambini? Perché ci sono solo loro nel motel?".
Ottimo lavoro signor James Rabbitt. Coniglio, sì. Il regista e orgoglioso scrittore, si chiama Coniglio come la ballerina che non sa ballare della Corrida, forse un pò meno sexy, o come il simpatico animaletto, se preferite. E infatti la paura invece di metterla addosso a noi dovrebbe averla lui, al pensiero di qualcuno che gli corre dietro con un fucile a pallettoni, per avergli fatto perdere tempo prezioso.
Le uniche note positive di questa nuova meraviglia australiana (e adesso comincio a credere che nell'emisfero australe si siano un pò montati la testa) sono la trovata della ricerca del bambino da parte delle neo mamme e le visioni oniriche della protagonista. In pratica la prima invenzione è che ogni mamma ha un pezzo di plastica colorata nella pancia che corrisponde al colore dell'etichetta appesa al piedino di ognuno dei lattanti tenuti prigionieri dai misteriori proprietari della clinica e si deve scoprire quale bebè è di chi, mentre la seconda è una specie di sogno premonitore di Beth che però poi non viene sfruttato come dovrebbe e perde quel poco di perturbante che avrebbe dato alla pellicola. I giochetti, però, non bastano per tirare su le sorti di un film che puzza di escremento da tutte le parti.
Alcune parti di The Clinic rasentano la follia cinematografica. Intanto non si capisce per quale assurdo motivo le donne abbiano dei numeri identificativi romani, poi le mamme coinvolte nell'esperimento più svitato del mondo sono una più stupida dell'altra e a nessuna viene in mente di utilizzare qualche attrezzo dell'immensa fabbrica per aprire un varco nella rete o spezzare i lucchetti dove sono imprigionati i figlioletti. Pensate che la soluzione migliore per decidere la mternità dei bimbi è quella di tagliarsi la pancia e vedere se il colore dell'etichetta contenuta nell'utero corrisponde a quella attaccata al piedino del neonato; allora perché ognuna di loro non prende un bimbo a caso, scappano tagliando la rete e una volta fuori, fanno la conta o vanno tutte assieme da un medico?  Ma ci sarà qualcuno che controlla che non fuggano? Si, chi fa la guardia al centro agricolo è un villain d'eccezione: un povero ragazzo ritardato mentalmente, sottomesso dalla mammina. Ma porca miseria, come si fa a scrivere una roba del genere...
Poi si sono dimenticati che all'inizio del film c'era anche Cameron e allora lo fanno rientare nella sceneggiatura ma per sbaglio lo fanno morire. Perché Cameron muore? Ma come si fa a far morire così uno dei protagonisti? Non vi dico come crepa perché non ci credereste.
Indimenticabile è la scena della fuga dai cani. Tutte le mamme scappano da dei mostruosi e ferocissimi... cagnolini meticci un pò incazzatini che con una pedata ben assestata nei maroni se ne andrebbero coda tra le gambe. Occhio che non odio gli animali ma se ci vuole, ci vuole (scherzo, naturalmente...). Mica puoi sventrare una sceneggiatura perché sei un animalista, no?
Il lunghissimo finale in quattro minuti di pellicola riesce anche ad essere incredibilmente patetico e pretenziosamente buonista.
Non c'è niente da fare, più mi avvicino a certe tipologie di film e più mi rendo conto che prima o poi aprirò il "Club Dei Vampiri Suicidi". Volete venire con me?

martedì 29 marzo 2011

Harper's Island (2009)

Henry e Trish decidono di sposarsi su Harper's Island dove hanno passato tante vacanze estive assieme, fin da quando erano bambini.
Tra tutti i vecchi amici invitati alla cerimonia, ci sarà anche Abby che non torna sull'isola da troppo tempo. Infatti sua madre fu uccisa dal serial killer John Wakefield, in seguito catturato e ucciso dallo sceriffo di Harper, Mills, padre di Abby.
Ma John Wakefield è davvero morto? Quali misteri si nascondono dietro questa oscura vicenda? A queste domande verranno date tutte le risposte nel susseguirsi delle puntate ma in un terrificante turbinio di omicidi e sangue.
Un episodio dopo l'altro, un cadavere dopo l'altro, Abby scoprirà che tutte le sue certezze sono in realtà infami bugie.


Harper's Island è una serie americana horror\thriller formata da tredici episodi da 45 minuti l'uno, che contiene tutto lo "scibile umano" sul teen-horror\slasher alla Scream, mescola reminiscenze stephenkinghiane ed è maledettamente ben confezionato. In Harper's Island manca solo ed esclusivamente l'originalità. Si evitano accuratamente tutti i possibili "colpi di testa" e la regia rimane ben salda nelle mani di Jon Turteltaub (Phenomenon, Il mistero dei templari, L'apprendista stergone) che non osa mai, neanche lontanamente, inventare riprese acrobatiche o inquadrature artistiche. La sceneggiatura è delle più semplici e dirette che si siano mai viste: un'isola semidisabitata, un albergo, un gruppo di amici, un maniaco omicida e tutti cercano di non morire ammazzati. L'isola è meravigliosa, costantemente ricoperta di una fitta nebbia, con boschi lussureggianti e aquitrinosi. L'albergo sembra uscire direttamente da Shining. Il gruppo dei ragazzocci contiene tutti, ma proprio tutti, gli stereotipi del genere come il bello, il ciccione, il nero, il vecchio ubriacone, lo sfigato con la super-figa, la bruttina, il garzone, la bimbaminkia e chi più ne ha più ne metta. I dialoghi sono composti da quelle frasi che avremo sentito per milioni di volte in milioni di film come questo. L'assassino è solo ed esclusiavamente "un assassino", senza nessuna psicologia e uccide nei modi più cruenti e tradizionali che si siano mai visti. Puntata dopo puntata si sviscera una trama che già dal primo episodio è chiarissima e il\la colpevole è già perfettamente inquadrabile.
Detta così potrebbe sembrare che Harper's Island sia una menata pazzesca e invece la cura maniacale per ogni dettaglio, la scelta di prendere il meglio del meglio (o il peggio del peggio, dipende dai gusti...) di questo sottogenere lo innalza a livelli davvero inaspettati e la visione non è così spiacevole, anche se a tratti molto infantile. Gli attori recitano con naturalezza e nessuno spicca per la sua interpretazione, come d'altronde ci si può aspettare. La scenografia è impeccabile e si evitano con estrema perizia i buchi di sceneggiatura. Le scene violente, splatter e d'azione sono ottimamente riprese ma non ne racconto nessuna perché sono un compendio di tutto quello che avete sicuramente già visto.
Degno di nota è l'immissione nel cast della bellissima Katie Cassidy (Trish) e della sua antitesi perfetta, Elaine Cassidy (Abby) che sembra voler dimostrare l'ampissimo respiro del telefilm anche sul lato dell'estetica femminile.
Personalmente non amo il genere teen-horror, da cui non riesco più a trarre quel piacere che provavo una volta, ma non per questo lo evito come la peste (Mandy Lane è un piccolo gioiello, ad esempio) e Harper's Island diventa quella lavagna dove tutte le idee già fissate vengono riordinate in maniera metodica per creare un capitolato o vademecuum, che potrà servire come cartina di tornasole per la valutazione delle nuove opere che verranno.

giovedì 24 marzo 2011

Un € in meno

Questa mattina, come sempre, mi alzo, mi faccio la doccia e normalmente non colaziono perché preparo lo stomaco all'ascolto del radiogiornale di Radio24 in macchina, mentre vado in ufficio. Accendo l'auto e accendo la radio. Solite notizie della sera, ma poi arriva quella che aspettavo da un pò: il prezzo del biglietto del cinema non verrà aumentato di un euro. Hurrà! Battaglia vinta, penso. Ma penso male. Ecco che arriva lo stravolgi-panza. Per ovviare a questa mancanza di denaro il nostro caro governo ha ben pensato di alzare di uno o due centesimi le accise sui carburanti.
Dunque, facciamo due conti: l'ADSL non arriva fino a casa mia, il carburante mi costa un occhio della testa, se voglio guardare un film decente devo avere Sky o MerdasetPremium o la tessera della videoteca (che quella del mio paese fa schifo, davvero). 
In compenso ieri hanno riaperto il FUS...
Nei miei post, per scelta, cerco di non mettere parolacce o blasfemie, quindi scusate la volgarità.

lunedì 21 marzo 2011

La meute (2010)

Charlotte si ferma a raccogliere l'autostoppista Max lungo la strada e decidono di bere un caffè assieme nel vicino ristorante “La spack” dallo stile inconfondibilmente western. All'interno del locale avviene una breve rissa con un gruppo di motociclisti, fermata dalla strana oste. Max si dirige al bagno per curarsi le lievi ferite ma una volta all'interno non ne uscirà più. Charlotte preccupata dall'assenza del nuovo amico tenterà di capire dove sia finito. La ricerca porterà a galla orrori che non sarebbero mai dovuti affiorare.

Converrete con me che ultimamente la produzione horror non è così pregna di opere interessanti ma finalmente qualcosa si è mosso. Peccato che si muova sempre dalla stessa parte. Non importa, determinante è che La meute è davvero un gran bel film.
Seppur con tutti i difetti che si possono trovare, il regista Franck Richard ci propone una pellicola diversa dalla solita minestra e riesce a mescolare sangue, torture e mostri, senza distruggere il gusto genuino di un buon intrattenimento. E poi, da non sottovalutare, qui ci sono alcuni dei nomi più importanti della nuova scena del perturbante transalpino: Vérane Frédiani e Franck Ribière (produttori di “A l'interieur”) e Philippe Nahon (“Calvaire”, “Alta tensione”).
Si parte con la tipica ragazzina punk (con un tatuaggio fighissimo dei Black Flag sul braccio) che viaggia senza nessuna meta in mezzo ai campi nebbiosi della Francia di “Calvaire”. L'indecente bellezza dell'auto guidata dalla protagonista e il curatissimo look fanno presagire che il regista abbia spinto notevolmente sull'aspetto scenografico che in effetti è di tutto rispetto. La fotografia di Laurent Barès (“Frontiers”) è ben curata ed è spiazzante l'immissione di un saloon western, con tanto di sceriffo in bicicletta, in un contesto soffocante e fangoso com'è la campagna francese. Molto d'effetto.
Una volta che Charlotte entra nel ristorante “La Spack” succede già qualcosa che non ti aspetteresti mai, e due risate grasse scappano volentieri. La scena del bambino incellophanato che si schianta sul muro è da antologia ed è così divertente proprio perché non ha nessuna attinenza con tutto quello che sta succedendo. Una sorta di siparietto che vuole sottolineare la difformità d'intenti di quest'opera rispetto alle altre, più famose. La barzelletta dei maniaci raccontata dalla ragazza, poi, è davvero un momento di inaspettato umorismo noir, ma felicemente riuscito tanto che proprio questo sarcasmo rimane efficacemente aggrappato alla trama fino alla fine. Il momento della sparizione di Max è il punto di svolta della prima parte. La ragazza denuncerà la sua scomparsa al vecchio sceriffo in pensione, un personaggio meravigliosamente sciocco, che si innalza a protettore di donzelle indifese dagli sporchi maniaci, ma indossa una maglietta XXXL con su scritto a caratteri cubitali “I fuck on the first date”. Poi il film inizia a decollare sul serio e ci si può aspettare di tutto dopo un inizio tanto particolare, ma non quello che è passato per la testa di Richard.
Vedremo una breve serie di torture da manuale tra cui spicca “la sedia”. Ma è proprio qui il guizzo di geniale follia. Le torture non sono fini a se stesse ma hanno uno scopo ben preciso che sarà il filo conduttore della seconda parte. Da qui la pellicola acquista un vigore inaspettato e vengono sfasciati uno dopo l'altro una serie di stabilizzanti cliché. A partire dall'assedio nel capanno della cava fino al gustosissimo sogno di liberazione di Charlotte, ci troveremo sballottati in un turbine di stravaganti carrellate di invenzioni e di personaggi tanto assurdi quanto adorabili (i motociclisti e la madre fra tutti) che non sarà facile dimenticare.
La sceneggiatura non è certo il punto forte e vacilla pericolosamente in alcuni tratti, ma in questo tipo di film uno script preciso renderebbe la visione troppo seriosa. La pecca più grossa si potrebbe notare nel ritmo che non è molto sostenuto ma sorvoliamo, vista la quantità di carne che viene messa sul fuoco. Il cast è stato ben selezionato e tranne la voluta stereotipizzazione dei centauri, tutti svolgono egregiamente il loro lavoro. Spicca fra tutti una immortale Yolande Moreau, irriconoscibile se avete visto “il favoloso mondo di Amelie”.
Fortunatamente non c'è nessuno spiegone e il finale è bello come pochi se ne sono visti ultimamente.
I francesi sanno sempre come girare la frittata e lo fanno con uno stile inconfondibile che è diventato marchio di fabbrica, e non disdegnano di tuffarsi con esso in ogni sottogenere horror conosciuto. La meute è un'opera che si può posizionare in quel filone “balordo” che io adoro alla follia, in cui troviamo gioielli come “Feast” e “Botched”, e sono sicuro che non deluderà lo spettatore a digiuno di novità.

giovedì 17 marzo 2011

Needle (2010)

Ben, mediocre studente del college, riceve in eredità dal padre defunto una speciale scatola molto antica che si scoprirà avere il potere di uccidere le persone attraverso un meccanismo che produce bamboline voodoo pronte all'uso. Quando l'oggetto magico verrà rubato inizieranno a morire di morte violenta tutti gli amici di Ben. Il killer non si fermerà fino a quando non avrà raggiunto il suo misterioso scopo.

Devo imprimermi nel cervello che la provenienza di un film non è garanzia di qualità. Needle arriva dall'Australia, patria di chicche come “Wolf Creek” o “The Loved Ones”, ma non raggiunge minimamente il livello di questi ultimi, anzi si rivela una schifezza immonda degna delle peggiori critiche.
John V.Soto è alla sua seconda opera come regista e alla terza come scrittore. Qui fallisce miseramente in entrambe le prove, pur avendo a disposizione un budget di tre milioni di dollari. Io voglio vedere il bilancio finale, perché proprio non si capisce dove siano stati spesi questi soldini.
La regia viene gestita come se si dovesse portare velocemente a termine il lavoro. Nessuna idea, neanche stupida, per dare un tocco di originalità alla pellicola. Già questo basta per risparmiarmi la fatica di guardare la sua opera precedente, “Crush”.
La sceneggiatura è un'inutile accozzaglia di zone buie e incongruenze di ogni genere. Anche se la trama potrebbe far pensare a “Hellraiser” o “Il Serpente e l'arcobaleno”, non si trova ne un richiamo, ne il minimo omaggio.
L'aspetto più preoccupante è la caratterizzazione dei personaggi che scompare completamente dietro a una recitazione delle più scarse che abbia mai visto. Il protagonista principale, Ben, fa il simpaticone nelle prime scene, il pirla in mezzo al film e il deficiente alla “Shaggy” (e non voglio assolutamente offendere uno dei cartoon horror più belli della mia infanzia) alla fine. Tanto che, lui è sfigato alla ennesima potenza, ha una fidanzata figa come poche se ne vedono e finisce per addormentarsi con lei sopra mentre si sta togliendo il reggiseno; in questo lettamaio, neanche due tette e darci sollievo. Ma siccome tra gli attorucci ci hanno cacciato anche le due tipiche lesbiche da film porno, vuoi vedere che ci scappa la scena saffica? Neanche quella, solo un bacetto nel cortile del college, ma in compenso la rappresentazione è così stereotipata che non può che scappare la risatina nervosa. Rimane il belloccio di turno che è anche il fratello di Ben, per chiudere la carrellata degli imbecilli e così possiamo davvero tirare il sipario sul cast. Piccolo spiraglio nel buio pesto è la presenza di “Diana-mangia-ratti” dei “Visitors” nei panni della professoressa.
Gli effetti speciali e il trucco in particolare, sono da maglia nera nelle olimpiadi delle porcate. Mi piacerebbe sapere a chi è venuta in mente l'idea del distributore automatico per pupazzi voodoo, al solo prezzo di qualche goccia di sangue e una fototessera. Un genio.
Da un punto di vista prettamente estetico salvo solo la locandina che non è malvagia.
Il finale è forzato in maniera quasi comica e non c'è nemmeno il colpo di scena che richiami un futuro seguito, e noi diciamo meno male.
Avviso chi avesse voglia di subirsi questo strazio, di non avere oggetti contundenti nelle vicinanze al minuto venti circa, dove viene preso di mira persino il “Grand Guinol”. Il violento prurito che vi prenderà alle mani dovrà essere calmato con la consapevolezza che magari Soto credeva di fare un riferimento fico. Needle non ha neanche un singolo fotogramma granguinolesco.
Sono sicuro che se si fosse cercato di andare verso la commedia piuttosto che il teen-horror, forse mi sarei fatto anche qualche risata. Ma lo ripeto ad ogni post, ormai, non c'è proprio niente da ridere.

HN24

Me la faccio e me la godo, però, sai che orgoglio?. Da oggi, ogni tanto, mi troverete anche su HorrorNews24. Sono così contento che quasi quasi, lo scrivo sul blog.
Ops, dimenticavo, ho aggiunto il parcheggio. Un "chi sono" un pò atipico per raccontare che non sono praticamente nessuno, ma ricordatevi che...


Ok, ok, forse ho un pò esagerato. Quanto mi piaceva Fantaman!
Buona festa dell'Unità d'Ipocritalia... eccovi dei link per festeggiare assieme:

lunedì 14 marzo 2011

The Last Seven (2010)


Sette persone si risvegliano per strada in una Londra irriconoscibilmente vuota e desolata. I loro destini sono chiaramente interconnessi e il mistero che avvolge il vuoto mistico attorno di loro verrà risolto solo dalla verità che si cela dietro i continui flashback che li accompagnano per tutto il tempo.
Chi potrà aiutarli ad uscire da questo incubo? Forse Dio, forse il Diavolo... 

Pellicola che già dalla trama introduce nel cervello una quantità di curiosità tale da non lasciare scampo alla visione. The Last Seven è un film che guarda caso, punta troppo in alto e tradisce puntualmente le aspettative. Ma sorprendentemente solo in parte.
Il regista Imran Naqvi è all'esordio ma posso permettermi di dire che siamo di fronte a un personaggio davvero particolare e in gamba. La telecamera scivola lentamente su una Londra irriconoscibile e accarezza la scenografia apocalittica con un grande impatto visivo che non cade mai nel sensazionalismo. Alcune inquadrature peccano di un involontario “quadretto di famiglia” che rendono la visione, a volte, un po' troppo televisiva. Nel complesso però ottima prova. Omino da seguire con attenzione.
Quello che crea grossi scompigli in questo film, purtroppo, è il cast, assolutamente indecente e una sceneggiatura scomposta e attorcigliata in modo quasi infantile. Partendo dagli attori, le prove di recitazione lasciano davvero a desiderare. Nessuno dei protagonisti empatizza e sembrano fare il loro dovere meccanicamente per arrivare alla fine del film. La prova peggiore ce l'abbiamo con John Mawson, alias il ministro Henry Chambers, che è la macchietta dell'inglese alla “Stanlio e Ollio”. Orribile. Con la sceneggiatura siamo davvero all'impasse.
Se la trama, di suo, è estremamente affascinante e contiene degli spunti di originalità non indifferenti, la sceneggiatura ostruisce ogni spiraglio di comprensione. Le falle in questo caso non si trovano nello sviluppo ma nella mancanza quasi totale di collegamento fra i tre piloni portanti del film: religione, giallo politico(?) e terrorismo. Infatti è poco chiaro il motivo per cui i nostri protagonisti si trovano in questa situazione e il concetto non viene mai articolato. Pur ritornando a guardare e studiare alcune parti della pellicola non si riesce a dare corpo alla questione. La religione viene trattata con superficialità e a solo scopo folkloristico che alla fine si rimane perplessi. Il giallo politico è totalmente inconsistente e a dire il vero, molto caliginoso. Il terrorismo è trattato come espediente per attirare l'attenzione di una Londra già ferita a suo tempo.
Gli spunti positivi però esistono ma sono legati strettamente alla direzione tecnica. I continui flashback sono ben strutturati e le scene di preparazione dell'ordigno colpiscono per l'enfatizzazione dei materiali utilizzati. La fotografia è diretta con buona mano e l'uso della temperatura del colore è piuttosto interessante.
Una volta finita la visione di The Last Seven ti poni indiscutibilmente una domanda: il film inizia con “Londra 7 milioni di abitanti. Fino ad oggi”, perché? A chi diamine è passato per la testa di far iniziare il film con questa frase? Scommettiamo che il marketing ci ha giocato su un pelino? Eh, sì, perché l'unico istante in cui si aprono le porte verso un senso “apocalittico” della pellicola si ha quando uno dei sette tipi comincia a blaterare qualche verso della Bibbia per un tempo totale di ben venti secondi.
Anche in questo caso ci troviamo davanti a un film che sta in bilico tra fantascienza alla moda (la fine del mondo) e horror mistico (l'Agelo della Morte) ma niente decolla come dovrebbe. Peccato sprecare delle notevoli doti registiche in una rappresentazione che sa più di “Hey! Guarda che figata fanno al cinema” piuttosto che un'opera che mira a diventare un cult.

venerdì 11 marzo 2011

The tortured (2010)

Il rapimento del figlio Benjamin da parte di un maniaco pedofilo, mina profondamente le convinzioni di buona famiglia americana, dei genitori Jesse ed Elise. Il colpevole, John Kozlowski, viene catturato ma il piccolo è ormai già morto. Il processo condannerà Kozlowski a venticinque anni di carcere che molto probabilmente verranno ridotti a dieci. 
Questo è troppo per la povera coppia che farà esplodere la propria rabbia nel peggiore dei modi. 

E' possibile affrontare un argomento tanto delicato senza colpire fuori dall'obiettivo o non percorrendo le strade del retorico e dell'ipocrisia? Con questo film il regista Robert Lieberman fa rispondere noi attraverso le sue convinzioni. Ma su tutt'altro argomento.
Se dovessi analizzare il film per come è presentato direi che è pieno di problemi di sceneggiatura in cui si aprono voragini col punto di domanda centrato in fronte. La regia si salva e la fotografia è discreta. La trama è piena di colpi di scena e le parti dove si eseguono le torture sono davvero ottime. Seppure il torture-porn abbia ormai stancato, in questo caso ce n'è da lustrarsi gli occhi e lo scambio vittima-carnefice ci dona un particolare, ma non originale, punto di vista.
Se dovessi guardarlo dal punto di vista dello spettatore medio allora potrei dire che è un film che ti fa incazzare e ti mette senza sconti dalla parte della povera coppia vittima del rapimento-omicidio del figlio e ti fa lanciare la prima pietra contro l'inerme schifoso pedofilo.
Ma siamo nel bel mezzo di un luna park. Le posizioni che prendiamo sono quelle del regista e non le nostre. Non viene mai presentata una controparte, sembra di essere in uno dei nostri troppi talk-show televisivi.
Il maniaco è il prototipo del cretino che parla da solo, si trucca da donna e ascolta ninne nanne. Nessuna analisi psicologica, nessuna posizione politica. I genitori sono troppo giovani e non mancano loro i soldi. Nessuna analisi psicologica, una leggera posizione politica. Alcune scene sono architettate in maniera esagerata ma si capisce che il regista vuole arrivare da qualche parte. Una su tutte, il funambolico incidente del furgone da cui viene rapito Kozlowski, fa presagire la morte di qualcuno, e invece non muore nessuno. Anzi, fate bene attenzione che il corpo del maniaco a terra è evidentemente una controfigura... montaggio fatto male? Forse, no. Altra scena che sembra fuori contesto avviene quando si presenta un tipo rozzo che crede, senza riscontro, nella bella Elise che gli racconta che lei è un'agente immobiliare in procinto di vendere la casa del defunto Mr. Jessup, per nascondere i misfatti nel seminterrato. La scena servirà solo per collegare il futuro intervento della polizia, chiamata, guarda caso, proprio dal nostro amico zotico che rappresenta il bravo cittadino che compie il suo dovere. Ma col fucile in mano. Nessuna analisi psicologica, forte posizione politica.
Il film è una enorme presa per i fondelli che non tratta il tema della pedofilia o della vendetta di due genitori per la morte del figlio, no, non è questo lo scopo. Il titolo è “Il torturato”. Ma chiedetevi: chi è il torturato?
Solo nel finale si scioglierà tutta la trama e a morire sarà l'unica persona che tutti gli americani sperano di veder morire. Questo sarà il vero senso della pellicola. Una sorta di manifesto politico di redenzione Repubblicana. Si prende come pretesto uno dei crimini più spregevoli per presentare una serie di problematiche (tortura, pena di morte, possesso di armi, evasione fiscale...) che vengono trattate come assolutamente condivisibili ma con atteggiamento subdolo e meschino.
In fondo “The tortured” non farà male a nessuno se non al cinema dell'orrore, proprio perché non colpisce dove ci si aspetta e si rivolge al pubblico come se fossimo una mandria di pecore.
State tranquilli che qui da noi verrà preso tremendamente sul serio, infinitamente frainteso e non sarà trattato per quello che è veramente: una mediocre opera cinematografica.

giovedì 10 marzo 2011

Oscure presenze a Cold Creek (2003)

Non consumo i pulsanti della tastiera per scrivere la sinossi.

Eccomi qua ancora, di getto a sputare sangue. Prima o poi mi trasformo in vampiro e mi impalo da solo. Non credo che siano ancora state inventate tutte le parole per offendere queste pellicole. Di questa, in particolare, non sono riuscito a capirne il senso.
Mettiamo assieme un rimbambitissimo Dennis Quaid (grande attore, si, come no... quasi da oscar in "Legion") e una irriconoscibile Sharon Stone ed ecco che la frittata è fatta. Quaid sembra ubriaco per tutta la durata del film e la Stone (quella che ha fatto Basic Instict, sì, è lei)  produce comiche smorfie di paura che sembrano uscire dal manuale di un mimo che se l'è fatta nei pantaloni. E poi sapete chi c'è in questo filmone? La bravissima Kristen Stewart. Esatto! Proprio la protagonista di uno dei film più importanti della storia del cinema contemporaneo: Twilight. Santo cielo. Ma ci abbiamo anche Juliette Lewis. Qualcuno mi può spiegare perché quando devono far interpretare il ruolo della scema, prostituta, stupida e pungiball-per-maschioni, prendono sempre la Lewis? Da non crederci. In compenso c'è il pazzo maniaco che ha ucciso chiunque ma non riesce a far fuori la perfetta famigliola di New York. Ops, dimenticavo il nonno, che viene ucciso soffocato da una pezzetta (mamma mia, aiutami tu, una pezzetta 15x15!) imbevuta d'acqua.
Cosa salviamo di questa pellicola? Io direi il titolo in italiano. Partiamo da un più consono "Cold Creek Manor" e lo traduciamo consapevolmente in "Oscure presenze a Cold Creek". Ma cosa aveva fumato la distribuzione?
In questo film non si vedono oscure presenze e anche un bambino di tre anni può tranquillamente gustarsi il suo biberon davanti a questa opera "di paura" e prendere sonno in divano, visto che nulla di nulla porta il livello di tensione a più di cinque. Su una scala da uno a un milione. Tutto viene spiegato per benino cinque minuti prima che accada (e il bello è che non accade proprio niente...). Ti sembra di essere al cinema e avere quel bravo vicino di poltrona, a cui spaccheresti volentieri il muso, che ti racconta il film, scena per scena, giusto in tempo per rovinarti la sorpresa.
Se questa porcata fosse stata girata con Checco Zalone, sarebbe diventata un capolavoro.
Non posso credere che esistano queste robe. E continuano a farne. E ci guadagnano. E si divertono.

Ma io no. E voi?

mercoledì 9 marzo 2011

Dead space: Downfall (2009) - Aftermath (2010)

Downfall 
L'astronave USG Ishimura si reca sulla stazione del pianeta Aegis VII per recuperare un artefatto che dovrebbe rappresentare l'origine della nostra specie e il cardine per una nuova evoluzione. Il trasporto dell'enorme oggetto si rivelerà fatale per l'equipaggio che si troverà ad affrontare un terribile nemico. 
Aftermath 
Dopo la perdita dell'artefatto una nuova astronave viene mandata in missione per il recupero dei pezzi caduti su Aegis che sta ormai disintegrandosi. Anche in questo caso il contatto con il frammento dell'oggetto provocherà seri problemi all'interno della nave.
Solo quattro persone dell'equipaggio verranno recuperate da una forza di salvataggio governativa. Il loro racconto incrociato ricostruirà l'intera vicenda. 

Dead Space è un videogioco della EA che dai trailer su YouTube, sembrerebbe anche carino, tant'è che io odio i videogames e quindi non vi posso intrattenere oltre su questo argomento. Però risulta molto interessante vedere come, ogni tanto, le case produttrici di queste meraviglie, giochino di marketing introducendoli nel mercato con delle clip o come in questo caso, dei veri e propri film. Da questo incipit ci si potrebbe aspettare una porcata immensa, invece c'è davvero una passione inaspettata che non culmina nel capolavoro, di problemi ce ne sono tanti nei due Dead Space, ma raggiunge livelli che superano tranquillamente le modeste aspettative iniziali. Anche per chi come me non conosce tutti i risvolti del videogioco.
I due film sono cartoni animati confezionati alla vecchia maniera, come sono soliti fare i nostri cari giapponesi e koreani con i loro anime. Non brillando per innovazione grafica, restano comunque impressi nella memoria per una sceneggiatura semplice e diretta che rende la visione piuttosto fluida. Il regista del primo film è Chuck Patton che si è già fatto notare per “Spawn”, mentre per il secondo abbiamo Mike Disa (Hercules, Pocahontas, Tarzan), alla seconda esperienza su animazioni per “adulti” dopo l'altro promo-movie per la EA, “Dante's Inferno”. La vera chicca è lo sceneggiatore principale, Joe Goyette, che è stato anche produttore del dissacrante “Drawn together”.
La storia viene raccontata senza mezzi termini e con una violenza che non risparmia nessuno. Non si cercano significati filosofici o psicologie particolari, solo arrivare all'obiettivo per cui i film sono stati architettati: raccontare gli eventi che scateneranno l'inferno del videogioco. Però questo atteggiamento, consapevole o meno, invece di rendere la pellicola un semplice videoclip di sponsorizzazione, la porta ad un livello narrativo superiore, la sensazione è di appagamento e capisci che stai guardando qualcosa di ben fatto. Buonissimi gli spunti religiosi (Initology) e il mistero che si cela dietro il ritrovamento dell'artefatto. In entrambi i film si sprecano gli omaggi al cinema maggiore: da “2001: Odissea nello spazio” ed “Aliens”, passando per “La Cosa”, fino a “Star Wars”.
In Downfall l'estetica viene messa da parte per concentrarsi su una narrazione più lineare e solida con scene al limite dell'orrido (non mancano ripetute esplosioni di teste, corpi sventrati e sangue a fiumi), mentre in Aftermath ci si affida più ai quattro disegnatori di ottimo calibro per raccontare quello che più o meno, si era già visto nel primo capitolo ma con una trama più avvincente. Peccato solo per la parte in cgi di Aftermath che non è assolutamente degna del contesto grafico generale. Se vi è piaciuto “Animatrix”, altra serie di racconti animati per celebrare i capitoli due e tre del cult “Matrix”, allora Downfall e Aftermath non vi deluderanno.
Questi due film d'animazione non entreranno nella storia del cinema ma danno un'idea precisa di come sia possibile creare un'opera interessante e ben strutturata dando del lavoro a disegnatori e scrittori che si divertono a intraprendere nuove strade e rendono onore a una fantascienza di buon livello.
Essendo un amante di Nathan Never che seguo ormai da quasi vent'anni, vorrei che la Bonelli non si perdesse nei meandri di Hollywood come ha fatto con Dylan Dog e pensasse seriamente alla realizzazione di un film animato sul mio carissimo eroe, attingendo da questi film che stupiscono per semplicità e bellezza.

mercoledì 2 marzo 2011

Hunger (2009)

Cinque persone si risvegliano in una specie di caverna completamente al buio. Dopo una breve conoscenza la luce ritorna e la verità si spalanca violenta sulle loro coscienze offuscate: sono prigionieri sul fondo di un pozzo senza cibo, acqua a sufficienza per due mesi e un orologio che scandisce il passare dei giorni. Chi li tiene intrappolati li sotto? Per quale motivo?
Il tempo passa e la fame aumenta. 

All'inizio Hunger si confonde facilmente con il primo Saw. Poi, già dai primi minuti la faccenda cambia e il racconto diverge verso un genere molto differente, più antropologico. Il film infatti racconta di un sadico esperimento condotto da un losco individuo su cinque persone inconsapevoli, lasciate senza cibo per una quantità indefinita di giorni, allo scopo di estrarre l'essenza selvaggia e perversa che dimora nell'animo umano.
Il regista Steven Hentges che finora ha diretto e autoprodotto qualche corto, porta avanti la sceneggiatura con competenza, senza aggiungere nulla di personale, come un bravo scolaro.
Risulta d'impatto la progressione luminosa nell'antro dove sono prigioniere le cavie che parte dal buio pesto, all'inizio, fino al sole accecante, nel finale.
Gli attori non brillano per le interpretazioni ma Lori Heuring, alias Jordan, è davvero affascinante e possiede uno sguardo profondissimo che viene sfruttato alla perfezione da Hentges.
La storia non è così originale ma lo sceneggiatore cerca di enfatizzare a modo suo alcuni punti come la metamorfosi dei personaggi da persone normali a belve feroci e la motivazione profonda che spinge lo scienziato a compiere l'esperimento.
Proprio la “motivazione” è una delle questioni meno riuscite nel film. La vicenda gira tutta intorno all'infanzia del “dottore” viziata da un terribile incidente, con continui flashback che ripercorrono l'episodio. La situazione risulta poco credibile e trattata con una leggerezza narrativa che stona con l'intero contesto.
Le scene di antropofagia e violente, in genere, sono ben fatte e non cadono mai nello splatter alla Saw, lasciando un buono spazio alla fantasia dello spettatore. Imperdibile la sporca scena di sesso che viene abilmente introdotta per spiegare come Anna, l'altra ragazza oltre a Jordan, creda di avere il controllo sullo pseudo-leader Luke. In realtà fanno solo il bieco gioco dello scienziato. Nessun leader, nessun controllo. Solo fame.
Il film si lascia guardare nonostante non venga rispettata la biologia umana a dispetto del racconto. Non si capisce, in effetti, come sia possibile che una persona possa rimanere in vita senza nutrimento per più di trenta giorni, ma si sa, a volte bisogna superare certi limiti per arrivare alla fine...
Purtroppo la parte peggiore dell'opera è proprio il finale che non chiude il cerchio ma pone una serie di quesiti inquietanti che non avranno mai risposta: che forza è necessaria per conficcare un osso (non appuntito) nell'addome di uomo? Quali superpoteri possiede Jordan?
In mano a un regista più smaliziato e uno sceneggiatore più lineare Hunger sarebbe diventato un prodotto discreto. Prima prova bruciacchiata per questo giovane regista, ma rimaniamo in attesa di un suo nuovo lavoro.
Piccola annotazione da incazzo: nelle locandine pubblicitarie si vedono la Heuring mezza nuda, un seghetto insanguinato e i giorni che passano segnati col sangue su un muro... mi sa che forse esiste un'altra versione di Hunger perché quella che ho visto io non contiene nessuno di questi elementi, come mai?!

martedì 1 marzo 2011

CinemaHorror.it

Ieri ho avuto il grande onore di vedere pubblicata su cinemahorror.it la mia prima recensione.
Ringrazio la redazione per la fiducia accordata e le correzioni apportate perché per me, umile schiavo della passione per il fantastico, è davvero una soddisfazione enorme.