martedì 31 maggio 2011

The Ev3nt (2010)

Il presidente degli Stati Uniti Elias Mrtinez, dopo il nuovo insediamento, arriva casualmente a conoscenza di un segreto che da sessantasei anni viene tenuto nasconto al mondo dai servizi segreti diretti dall'ambiguo Sterling. Un folto gruppo di persone è tenuto priogioniero sul monte Inostranka, in Alaska. Questi individui sono capitanati dalla carismatica Sophia. Chi è questa gente? Perché sono tenuti priogionieri?
Quando i servizi segreti scopriranno che i "dormienti" non sono solo a Inostranka ma vivono sparsi un pò in tutto il pianeta, scatterà una serie di investigazioni atte a capire lo scopo di questa nuova specie che vive più a lungo di noi e sembra avere conoscenze tecniche nettamente superiori. In questa ricerca faranno la loro comparsa i "guardiani" che da tempo immemore vegliano sul nostro pianeta cercando di proteggerci da qualcosa che è strettamente legato agli indesiderati ospiti.
Tra colpi di stato, tradimenti, guerriglie urbane e protagonisti che non sono mai chi dicono di essere, il futuro e il passato si mescolano e l'Evento sembra inevitabile...


The Event, serie di fantascienza creata da Nick Wauters (sceneggiatore anche di Eureka e 4400), è stata distrutta in rete e bloccata alla prima serie dalla NBC a causa degli ascolti in caduta libera. Se queste sono le premesse, volete che io non mi potessi buttare nella visione di questo gioiello? E non sono retorico.
Non capisco del tutto perché ci sia stato così tanto accanimento su una serie che in realtà nasconde una storia così accattivante e originale. I continui cambi di fronte e l'inserimento di figure estremente interessanti (come l'ultimo "guardiano" James Dempsey e le sue stravaganti divagazioni) non hanno fatto altro che coinvolgermi profondamente nel suo vortice fantascientifico. La linea narrativa, inoltre, si distacca nettamente da quella delle serie di ultima generazione e tende più a strizzare l'occhio ad una fantascienza più anni settanta, mantendendo semplice e attraente il contenuto. Basti pensare che troppo spesso ci si viene a scontrare con delle ingenuità (tipiche della fantascienza degli anni d'oro) che non possono essere delle semplici sviste di sceneggiatura o errori di script. Credo che il motivo portante del crollo sia dovuto alla lentezza dei primi otto, nove episodi che sembrano non entrare mai in empatia con il pubblico.
The Event assomiglia sulla carta al suicidio-Flashforward e in parte all'affascinante 4400. In realtà la vicenda è più semplice del primo e un pò scopiazzata dal secondo. E' stato paragonato a Lost ma nulla del capolavoro di JJ si ritrova in questa serie che purtroppo ne ha rilevato un'eredità troppo pesante da sopportare. Infatti la NBC non ci mette due minuti a tagliare con la falce la serie che non produce introiti come sperato. Questo fa pensare a due cose: primo, la produzione americana è così pregna che si possono prendere il lusso di tagliare gole senza il minimo ripensamento; secondo, le spinte commerciali della pubblicità sono più forti di qualsiasi altra cosa. Io propendo per la seconda ipotesi, in quanto ultimamente i migliori prodotti escono da tv piccole e molto "indie" come la HBO (Game of thrones) e la AMC (The killing).
Visto che Lost insegna e il signor Wauters impara, il primo lampo di luce che abbaglia subito l'occhio è la quantità e qualità dei personaggi ben caratterizzati della serie, che è un punto a grande favore. Altro goal viene segnato con il tentativo di smorzare i cliché. Peccato che a rovinare tutto ci sia un presidente degli USA troppo simile ad Obama per non far storcere il naso.
Tutto sommato la serie fila molto liscia dopo il decimo episodio e comincia a susseguirsi una lista di colpi di scena strutturati in modo da lasciare molto spesso con la bocca aperta per lo stupore.
Il miglior personaggio è sicuramente il direttore dei servizi segreti Blake Sterling, interpretato da un informissimo Željko Ivanek (True Blood, Homicide, e diecimila altre apparizioni in serie cult degli ultimi vent'anni...) che rende il suo ruolo credibile e ambiguo come pochi. Grande enfasi era stata data alla presenza delle due veline, la bionda Sarah Roemer e la mora Taylor Cole, che rendono mascolinamente accettabile la visione di Event. Peccato che la prova d'attrice della Roemer sia una delle peggiori che si siano mai viste e nel finale si rischia pericolosamente di tifare per una sua  dipartita. Jason Ritter alias Sean Walker è la scelta più azzeccata, a mio parere, nella parte del "salvatore", perché una volta ogni tanto ci viene mostrato un fighetto da Baywatch meno palestrato e un pò sfigato ma con una caratterizzazione non ordinaria. Sean infatti nasconde inconsapevolmente un mistero intrecciatissimo con tutta la storia. Putroppo non sapremo mai cosa si cela nelle "vite precedenti" di Sean.
Se decidete di affrontare questo cocktail già bevuto, vi consiglio caldamente di guardare molto in fretta i primi dieci episodi per poi riprendervi con gli ultimi dodici, la giusta calma per godervi lo spettacolo del finale.
Quello che mi ha estremamente coplito in tutta la stagione è stato sicuramente il season finale. Penso che tra tutte le serie che sto guardando ora, nessuna raggiungerà l'apice visionario e fantascientifico di The Event. Quando sei lì che aspetti che tutto finisca senza lasciare il segno e ti senti già le gonadi raggiungere le tonsille, ecco che lo swing più spettacolare e che non ti saresti mai aspettato, avviene con una violenza tale da lasciare senza fiato. La fotografia dell'ultima scena è da antologia e un'unica domanda mi si riperquote nel cervello: ma perché avete chiuso proprio adesso che le cose si facevano DAVVERO interessanti?
Addio The Event, o speriamo, arrivederci.

martedì 24 maggio 2011

Comunicazione di servizio #2

Sembra che Blogger sia tornato a funzionare. Speriamo che non diventi una abitudine perché sembra che vadano un pò a tentativi ogni volta che c'è da eseguire un qualche aggiornamento o correzione. 
Ne approfitto per segnalarvi una iniziativa niente male che trovate qui in alto a destra che trovo geniale ed estremamente cool, tanto che l'ha inventata un certo Gelostellato. (Chi ha capito la battuta è bravo...)
Non mi rimane che ringraziare il mitico Nick per lo scambio di battute, i vari test di reciproci commenti e mi auguro che il prossimo post sia una recensione di un film. E sembra che posterò ancora su questa piattaforma.

Comunicazione di servizio #1

In questo momento c'è un problema con Blogger per cui alcuni lettori fanno fatica a commentare. Sto cercando di risolvere l'arcano ma non sto ricevendo nessuna assistenza. Se desiderate commentare, dovrebbe essere possibile procedere attraverso l'utente "anonimo", basta che mettiate una segnalazione alla fine dell'intervento con il vostro nickname.
Mi scuso per l'anomalia e mi auguro che venga risolta al più presto.

domenica 22 maggio 2011

Les 7 jours du talion (2010)

Il dottor Bruno Hamel e la moglie Sylvie lasciano andare l'amata figlioletta di otto anni alla scuola pomeridiana tutta sola. La povera Jasmine non farà più ritorno a casa. Un pedofilo l'ha catturata ed ha brutalmente abusato della sua ingenuità e del suo piccolo corpo. Il ritrovamento, la cattura del criminale e il dolore che ne deriverà faranno scattare la pazzia nella mente di Bruno che festeggerà in modo macabro il nono compleanno di Jasmine.

Quando ho cominciato la visione di questo film in lingua francese mi sono sorte due domane: ma è un remake di The tortured? Ma soprattutto: I francesi fanno un remake!?
La prima risposta è no. Non è un remake ma una la lucida e cattivissima interpretazione del dolore che solo un genitore potrebbe provare e non una porcata del genere. La seconda risposta è ancora no. Il film è in francese ma di origine Canadese. Ma a questo punto mi chiedo se questi gioielli cinematografici possano essere realizzati solo se si parla in francese. La canzone "vorrei la pelle nera" nella mia testa comincia a trasformarsi in "vorrei la lingua gallica".
Siccome sono in vena, ripeto la domanda che mi feci per The tortured: "E' possibile affrontare un argomento tanto delicato senza colpire fuori dall'obiettivo o non percorrendo le strade del retorico e dell'ipocrisia?" Ebbene, il regista Daniel Grou, ma soprattutto lo scrittore Patrick Senécal (Se non avete visto 5150 Rue des Ormes, non perdete altro tempo) hanno saputo creare un mostro di follia senza dare nessuna risposta e lasciando allo spettatore indifeso tutte le sue scelte.
Les 7 jours du talion dura quasi due ore e non aspettatevi di guardare un film horror in piena regola seppur pregno di scene racapriccianti al limite del sopportabile. No, questo è un viaggio lento e riflessivo nella mente di un padre che non trova la pace interiore. Bruno è un dottore giovane e stimato e ama la sua famiglia che rispetta i canoni della "famigliola perfetta". La moglie Sylvie è abbastanza marginale come fgura nella trama e non si capisce mai se la decisione di Bruno sia stata presa in combutta con lei o in piena autonimia. Proprio questa ambiguità di scelte e decisioni è continuamente lasciata fuori dal racconto e si può rimanere turbati o meno, a seconda della propria sensibilità.
Tanto per capirci, la peggiore\migliore scena in tutta la pellicola è il ritrovamento del corpo di Jasmine che tocca dei tabù durissimi e scardina con classe una delle regole non scritte del cinema d'orrore. A voi, se volete dare del tempo alla pellicola, scoprire questo momento perturbante e profondo.
La svolta del film è il rapimento del pedofilo ad opera di Bruno assieme ad un delinquentello locale pagato proprio da quest'ultimo. La scena del rapimento è una mancanza di sceneggiatura abbastanza importante perché non è possbile capire come l'evento sia effettivamente capitato. A parte questo la vicenda prende una piega da "torture porn" in piena regola, ma girata da Grou così realisticamente e senza concentrare le immagini sulle peggiori sevizie, che l'immaginazione inizia a viaggiare alla velocità della luce. Terribilmente d'impatto la tortura delle frustate con la catena che strizza l'occhio con furbizia alla "Passione" di Gibson. I sette giorni che mancano al compleanno di Jasmine passeranno nel martirio fino all'epilogo finale.
Senza mai dare tregua allo spettatore che viene continuamente bersagliato dal dolore (o pazzia?) di Bruno, anche attraverso una fotografia sintetica e una scenografia da streghe di Blair, ci si ritrova a conoscere l'investigatore Mercure che sta cercando di fare in modo che la situazione non precipiti. Proprio Mercure, colpito anche lui dalla morte violenta della moglie e ossessionato pericolosamente da questo evento, sarà l'ago della bilancia di tutta la vicenda. Purtroppo nella seconda parte del film, dove c'è la ricerca del dottor Hamel, c'è il secondo scivolone della sceneggiatura. Infatti ad un certo punto Bruno decide di rapire una signora che si è macchiata del peccato di aver detto al telegiornale di aver cancellato la morte della figlia, anch'essa uccisa dallo stesso pedofilo. Se nel senso della pellicola tutto fila liscio, il rapimento è insensato e trattato con un leggerezza tale da far rischiare il tracollo. Senécal si salva con la turbante apparizione di Jasmine nello chalet preso in prestito da Bruno per attuare la sua vendetta.
Per fortuna che il finale rende merito alle due ore passate davanti allo schermo. Tutto viene risolto con due domande di un giornalista che sembra rivolgersi direttamente verso di noi. Io non sono riuscito a rispondere. Se volete dare una possibilità a Les 7 jours du talion, fatelo in una serata libera da pare mentali e poi provate a rispondere pure voi... se ci riuscite.

giovedì 19 maggio 2011

Shinigam #2 (Maggio 2011)

Segnalo con questo post l'uscita in edicola di un progetto alquanto interessante denominato "Shinigami" che nulla ha a che vedere con il Giappone, se non per il riferimento agli "spiriti della morte", ma invece stringe forte la mano alla produzione horror italiana con una confezione davvero elegante e ben curata.
Artisti nuovi e vecchi del settore si danno il cambio in questo contenitore di fumetti (soprattutto), recensioni, articoli e  anteprime del nostro caro horror. E tutto rigorosamente Italiano.
Vista la qualità dei lettori del blog sarei molto interessato a capire se qualcuno di voi conosce personalmente alcuni di questi autori.
Unica pecca, il costo che è di cinque euro ad albo, che trovo piuttosto altino, ma essendo un mensile si può anche fare lo sforzo. Vi assicuro che ne vale comunque  la pena perché il livello qualitativo è molto alto e in giro non c'è tanto altro di cui gioire. Speriamo che sia il primo passo verso una nuova valutazione del genere horror nel nostro paese.
Carina l'idea di mettere un bel bollino "VM14" sul lato snistro della copertina che rende bene l'idea del livello di pubblico a cui si rivolge questa rivista e dopo due sfogliate si capisce bene il motivo della trovata che inizialmente può sembrare uno specchietto per le allodole.
Come abbiamo fatto con Shadow di Zampaglione, penso sia nostro dovere dare una possibilità a queste mosche bianche, quindi tutti in edicola e proviamo a discuterne qui assieme, che ne dite?

lunedì 16 maggio 2011

Outcast (2010)

C'era una volta in un paese lontano, lontano, la potente strega Mary che aveva un figlio, Fergal. Ovunque andassero e ovunque si nascondessero una belva malvagia li perseguitava e mangiava tutte le persone con cui si relazionavano. Come se non bastasse un brutto giorno il mago Cathal cominciò a braccarli anche lui. Voleva  conquistare il potere nascosto di Fergal. Quando nella nostra storia appare la bella Petronella, tutto cambia e il caro ragazzo scoprirà che l'amore può sconfiggere ogni male... Peccato che questa non sia una fiaba ma solo l'inizio di un'incubo ancestrale.

Una volta letta la trama di Outcast la prima reazione è quella di prendere il film e gettarlo nella spazzatura. Infatti lo recuperai qualche tempo fa solo per fare le prove di connessione della mia chiavetta internet e mai e poi mai, mi sarei aspettato di trovarmi tra le mani un'opera così soprprendente. In una situazione normale e che mi si addica, avrei tranquillamente associato questa pellicola alla nuova fanghiglia pseudo-horror che si annida nei nostri cinema, librerie e serie televisive da almeno dieci anni. E sì, mi riferisco proprio alle saghe fighetto-vampiro-emo-social di Twilight, Cappuccetto rosso sangue, Io sono il numero quattro, True Blood, etc, etc, etc. Quando l'adolescenza si riduce a vicende insulse, smielate, grottesche e infighettate fino al collo, col solo scopo di vendere merce di pessima qualità facendola passare per nuovi cult. Ok, ok, fermo qui lo sfogo, non vi preoccupate.
Outcast è un pugno nello stomaco a tutte le vicendo finto-horror che stiamo vedendo in questo periodo. La storia inizia in luoghi orribilmente deturpati dal cemento e dalla civiltà. Una rappresentazione molto simile a quella di "Linkeroever" con palazzoni grigi a rappresentare una nuova foresta e nuove caverne costruite con mattoni e cemento. Anche in questo caso, come in Wake Wood, siamo in un'Irlanda sconosciuta e misteriosa e sganciata da ogni stereotipo. Tutto splendidamente condito da personaggi fuori dai canoni e molto spettacolari. Se in Harry Potter la magia è proprietà di un limitato numero di individui completamente chiusi in una società privilegiata, in Outcast questo potere è quasi una malattia che si nasconde magistralmente in persone comuni e che fanno parte di una casta bassissima. Tanto è che i dominatori di questa virtù sono zingari, barboni, reietti e delinquenti di vario genere. La magia non è fine a se stessa ed ogni incantesimo deve essere faticosamente sostenuto da riti costituiti da oggetti di uso quotidiano come scatole del latte e bicchieri che rimpiazzano gli alambicchi, mentre scarafaggi da appartamento prendono il posto delle lingue di drago. Fantastico il rito della morte degli uccelli preveggenti. Da non perdere la battaglia ESP tra Cathal e Mary.
Tutto il film si svolge nei posti peggiori e la belva che perseguita Mary e Fergal rimane ben nascosta nei meandri dello squallido quartiere. La pellicola dovrebbe prendere la svolta "a la Twilight" quando entra in scena la bellissima Petronella che per togliere ogni dubbio sulla voglia di rompere gli stereotipi, è un mix tra un'indiana Siuox e una francesina. Se Kirsten Stewart fa la ridicola parte dell'adolescente indifesa, Petronella è sexy e forte e la morbosità che suscita è spesso imbarazzante. Le minigonne svolazzanti e sempre al limite della decenza possono rendere l'idea. L'amore che sboccia tra Petronella e Fergal è quello che deve succedere in una giovane coppia: i sensi e il sesso prevalgono sui sentimenti. E' così, ma vaglielo a spiegare alla Meyer!
E così vediamo che al posto di romantici baci ci sono sensualissimi strusciamenti, ammiccamenti e mastrurbazioni adolescenziali. Il culmine di questo rapporto "normale" sarà la svolta del film.
Il regista Colm McCarthy è alla sua opera prima dopo una marea di televisione. La regia è ottima e spesso gioca con le inquadrature dall'alto e con la telecamera a mano per dare un senso di realismo a tutto lo script. La sceneggiatura manca ogni tanto di linearità ma il punto forte è il racconto che è pieno, caldo e molto sentito. Diciamo che in ogni istante ci si può aspettare una svolta proprio per la completa originalità della storia. Pochi effetti speciali ma ben dosati e la belva non deluderà i puristi del "mostro".
Il cast è quasi perfetto. La strega Mary (Kate Dickie) è il personaggio  meglio interpretato e vi assicuro che che questa attrice è tanto in parte che meriterebbe un premio. C'è anche il bravissimo "George Clooney" Irlandese, James Nesbitt. La maglia nera, purtroppo, va al giovane ed emissimo Fergal (Niall Bruton) che non sembra prendere troppo sul serio il suo ruolo. Rimane la bella e brava Hanna Stanbridge, di cui mi sono innamorato e quindi sarei troppo di parte...
Outcast è un ottimo film per chi ama il fantasy e le leggende dei Druidi e delle loro Rune. E' buonissimo per chi cerca un teen-horror completamente fuori dagli schemi. E' totalmente perfetto per chi pensa che Twilight sia l'unico modo cool di mescolare horror e amore.
Il finale di una fiaba lo conosciamo tutti: ...e vissero felici e contenti. Ma Outcast, vi ho detto, non è una fiaba, è un incubo, e gli incubi finiscono con un brutto risveglio.
Buona notte bambini e sogni d'oro.

mercoledì 4 maggio 2011

Somos lo que hay (2010)


Dopo la morte del padre, i tre giovani fratelli Sabina, Gustavo e Alfredo con la loro madre Patricia, sono costretti a mandare avanti la baracca con le loro uniche forze. La bottega di orologi è il loro unico appiglio economico ma Gustavo, la testa calda della famiglia, crea un grosso guaio al mercato che li vede costretti a chiudere. Il problema più grosso, però, è il cibo, perché d'ora in poi nessuno porterà più a casa da mangiare. Ma niente paura, visto che per una famiglia di cannibali le prede non mancano di certo...

Questi sono i presupposti di "Siamo quel che siamo", una pellicola che affronta con una certa dose di originalità l'argomento del cannibalismo rituale. Peccato che il risultato complessivo sia una mezza delusione, e non in senso figurato, ma per davvero: una metà è molto buona, l'altra naviga nella mediocrità più bieca. Infatti il problema più grosso di questa produzione messicana di buona fattura è che si avvicina molto di più al genere dramma famigliare che all'horror. Non che la cosa sia un male assoluto, certo, ma se la parte drammatica è davvero ben fatta, quella horror fa acqua da ogni dove. Mi domando quale sia stato il senso di mischiare con così tanta leggerezza due generi che vanno d'amore e d'accordo se combinati con un certo impegno. Se dalla pellicola togliamo le poche parti sanguinolente e macabre, rimane una specie di zuppa adatta ad altri palati, ma non al mio. Se da un lato il rapporto tra i fratelli e la madre viene splendidamente rappresentato, dall'altro abbiamo una tal confusione di inutili innesti violenti da lasciare la mascella indolenzita dai troppi sbadigli. Omosessualità recondita, incesto, rapporto genitori\figli, prostituzione, polizia corrotta e riti occulti stridono in maniera così tremenda tra di loro che ogni tanto ci si sveglia per tapparsi le orecchie.
La malattia più grave del film rimane comunque la sceneggiatura della sezione horror che contiene una tal quantità di buchi da far dimenticare velocemente che dovrebbe essere la colonna portante di tutto il film. Infatti alla fine ci si chiede cosa c'entri in tutto il contesto il famoso "rito" che viene continuamente urlato da madre e figli per tutta la vicenda e poi ci si deve accontentare di un telo di nylon che nasconde il novanta per cento della malefatta.
Due note positive in questo strano capitolo del cinema messicano: prima, la velata polemica verso la polizia che nelle occasioni in cui viene introdotta nello script, appare goffa, inutile, scorretta, corrotta e ladra (molto divertente la scena macchiettistica dell'obitorio e illuminante il passaggio del furto di orologi); seconda, il cast che è davvero notevole, sia per recitazione che per presenza scenica. Da notare l'ottima prova del giovane e sconosciuto Francisco Barreiro, alias Alfredo.
La buona regia dell'esordiente Jorge Michel Grau non soffre più di tanto della mediocre sceneggiatura che però è comunque di sua mano, quindi meglio che si dedichi più intensamente alla prima delle due operazioni cinematografiche e speriamo di vedere, un domani, qualcosa di più lineare e sensato. La fotografia è ottima con un buon uso dei colori freddi in un Messico per nulla stereotipato, ma ogni tanto pecca di troppa oscurità che rende alcune scene molto complicate da interpretate.
La visione rimane comunque consigliata perché non mancano le trovate macabre e originali e, se si tappano gli occhi durante queste scene, anche gli amanti del dramma all'italiana avranno di che lustrarsi "el ojos". Peccato, perché avrebbe potuto lasciare un'impronta ben piazzata nel moderno perturbante e invece, Somos lo que hay si è perso nella voglia di stupire senza finire il compitino.