mercoledì 14 marzo 2012

Kalevet (2010)

Un gruppo di quattro amici, composto da due ragazze e due ragazzi, si sta dirigendo a un torneo di tennis cui dovranno partecipare. Ma si perdono nel bosco.
Una ragazza vestita di rosso è tenuta prigioniera in un pozzo del bosco, da uno spietato assassino.
Due poliziotti cercano di mantenere l'ordine a modo loro. Nel bosco.
Un guardiacaccia saluta l'amata e gelosissima moglie, e con il suo fidato cane si appresta a fare il giro di ricognizione nel bosco.
E la trama? Guardatelo, e poi provate voi a scrivere una sinossi come si deve! Ma non entrate nel bosco.

Ormai ho già abbondantemente descritto il tipo di film che mi piace, che mi rilassa, che mi prende e che mi manda in visibilio. Kalevet, Rabies per il mercato internazionale, è uno di questi gioielli. Naturalmente rispetta i miei soliti canoni: non è un capolavoro, ma diverte e intrattiene con una ferocia di base, a volte, inaudita.
Rispetto ad altri film del filone “grottesco”, questo Kalevet possiede una forma di base che lascia il segno anche dopo una visione a birra e patatine. Il tema portante dell'opera è “Il Bene e il Male”, ma non come ce lo si potrebbe aspettare. Si gioca invece sull'ambiguità dei ruoli. Il film si svolge quasi interamente nel bosco. In questo caso la bella location non è covo di spiriti malvagi ma il labirinto di una umanità corrotta e senza speranza. Kalevet non è un horror a tutto tondo e si immerge volentieri nel noir e nel pulp.
I due registi e sceneggiatori israeliani (Aharon Keshales e Navot Papushado) sono alla loro opera prima. La pellicola si snoda in novanta minuti sadici e scatenati. La regia è promettente e presenta anche qualche buona trovata, con la camera posizionata in punti piuttosto strani e coinvolgenti. La sceneggiatura non è lineare e si sente qualche stridore su alcune scelte. I punti deboli sono il campo minato e alcune morti “in sospeso”, a cui non viene dato il giusto approfondimento. Troppo infantile e psicologicamente inconsistente la motivazione che viene data alla perversione del poliziotto più giovane. Ottima la storia d'amore parallela tra il poliziotto anziano, l'ottimo Menashe Noy, e sua moglie, che sfocerà in un dramma quasi shakespeariano.
Il campo minato è una delle trovate più sfiziose di questo caos. Peccato solo che non venga sfruttato a dovere. Pochezza dei mezzi? Probabilmente sì.
I personaggi protagonisti della vicenda sono una delle amalgame più azzeccate in questo filone cinematografico. Il gruppo di tennisti che è composto dalla biondina sexy e davvero stupida, dall'amica pseudo-lesbo, dal fichetto che vorresti vedere morto il prima possibile e dal suo amico sfigato, rientra nella famiglia “teen”, ma i registi lo trasformano, per la nostra felicità, in goduriosa carne da macello, esente da cliché di genere. I due poliziotti sono tutto fuorché gestori della legge. Anzi! E sarà soprattuto il terribile e mentalmente istabile Yuval a provocare la prima scintilla di rabbia, la quale accenderà inesorabilmente la corta miccia della bomba che dall'inizio del film è sempre stata pronta ad esplodere. Protagonista drammatico dell'opera è il guardiacaccia che spennella di umanità la pellicola, e ai più sensibili potrebbe anche far scendere la lacrimuccia. Per chiudere il cerchio non ci potevamo far mancare i fratelli incestuosi...
Rabbia è la parola che da il titolo al film e il sentimento che avrebbe dovuto suscitare l'intreccio, ma a parte il finale, è più il divertissement e l'attesa del prossimo cadavere a trascinare l'interesse globale.
Kavelet ha partecipato senza grande successo al FrightFest 2011... machissené! A me è piaciuto un sacco, e lo consiglierei per una buona serata “cazzona doc”, con il plus di un paio di attrici sconosciute davvero notevoli: Yael Grobglas e Liat Harlev. E poi c'è quel tocco d'intelligenza che non fa mai male.
Chi è il buono? Chi è il cattivo? Sono davvero queste le domande che dobbiamo porci? Senza alcun dubbio l'ambiguità marcatissima dei personaggi porta a questo tipo di riflessione, ma credo che alla fine dei conti non sia questo il senso del film. Dal mio punto di vista si vede una situazione che degenera immancabilmente nella perdita della persona amata e tutto si concentra nel pianto finale della “signora in rosso” che dopo un bacio incestuoso col fratello, trasporta lo sguardo verso il killer che si allontana dal bosco senza aver compiuto nessuna azione degna del suo nome. Non dimentichiamo che il film è israeliano e senza entrare in discorsi che non mi appartengono, credo che Kalevet sia molto legato alla situazione disastrosa di quella parte del mondo. Non esistono buoni e cattivi, solo vittime. Ma l'assassino che scappa ed è l'unico a salvarsi, lascia in bocca uno strano sapore polemico.