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lunedì 13 maggio 2013

Come out and play (2012)

Una coppia va a fare una vacanza in un isola remota - la loro ultima vacanza insieme prima di diventare nuovamente genitori. Poco dopo il loro arrivo, si accorgono che gli adulti sembrano essere scomaprsi - una scoperta che si trasformerà rapidamente in una realtà da incubo.
(liberamente tradotto da IMDB)

Makinov, non si capisce un'ostia di chi tu sia, ma ti amo. È possibile vedere un film horror nel 2013 e provare quel senso di smarrimento che ti incollavano addosso quei bei lungometraggi anni settanta\ottanta che tanto abbiamo amato? Da Fulci ad Argento passando per Deodato? A questa domanda potete rispondere guardando Come out and play.
Il film è un remake dello spagnolo "Ma come si può uccidere un bambino?" del 1976, un film che non ho mai visto, fustigazione, ma che sicuramente recupererò. Ma se questi sono i remake, benvenuti in mia kasa.
La storia è semplicissima: marito e moglie lasciano i due figli a casa per passare qualche giorno da soli; lei è incinta al settimo mese del loro terzo figlio. Prendono una barchetta a noleggio e si dirigono verso una vicina isoletta dalle tipiche apparenze caraibiche. L'unico inghippo è che sull'isola non c'è nessuno, la civiltà sembra scomparsa in fretta e furia. Ma dove sono andati tutti? Qui la risposta spoilerosa per chi non ha visto il trailer è abbstanza ovvia dopo i primi 15 minuti e anche se lo dico non cambia il gusto del film.

domenica 28 aprile 2013

In their skin (2012)

La vacanza nel cottage Hughes è violentemente interrotta da una strana famiglia con un padre assassino e ladro d'identità, alla ricerca della vita "perfetta".
(Liberamente tradotto da IMDB)

Ennesima rivisitazione sul tema dell'home invasion. Questa volta a trovarsi sotto assedio è una tranquilla, quasi perfetta, famiglia americana benestante. La famiglia Hudges è formata dai giovani genitori Mark e Mary e dal piccolo Brendan. I due sposi si trovano ad affrontare una grave crisi coniugale causata dalla recente morte della figlia. Per affrontare il loro dolore decidono di trascorrere del tempo nella baita di famiglia. Lì incontreranno la famiglia Wacoski, e a quel punto inizieranno tutti i problemi.
È chiaro fin da subito come il regista voglia spingere più sui rapporti personali che sulla malefatta vera e propria. Prima di cominciare ad entrare nel vivo infatti, ci vengono presentati con perizia sia i personaggi buoni che quelli cattivi. 
Il figliolo dei Wacoski è il personaggio più terrificante. Pur non essendo il protagonista vero della vicenda mette addosso un'angoscia nera. Niente a che vedere con il tipico bambino terribile (vedesi: bimbominkia), ma di una freddezza psicotica che lo rende una figura agghiacciante.

mercoledì 17 aprile 2013

The possession (2012)

Una giovane ragazza acquista una scatola d'epoca in un mercatino dell'usato, senza sapere che all'interno dell'oggetto vive un antico spirito maligno. Il padre della ragazza e la sua ex moglie  faranno squadra per trovare un modo per porre fine alla maledizione caduta sulla loro piccola.
(Liberamente tradotto da IMDB)

Un buon b-movie mascherato da blockbuster. Attori in forma e regia da manuale. Questa la descrizione più appropriata per un buon horror da serata dvd\birra\patatine. O quasi.
La storia si svolge nel più classico degli scenari da esorcismo: la figlia più piccola rimane vittima del demone, la si manda per istituti credendola pazza e poi il bravo prete la esorcizza. In questo film però ci sono due punti di merito: primo, non c'entra la religione Cristiana ma ci si rifà all'Ebraismo con il mito del Dibbuk; secondo, una figura paterna non patetica e che nel momento cruciale agisce esattamente come ti aspetteresti, e cioè chiedendo al demone di prendere se stesso al posto della figlia. Interessante, infatti, la figura del padre divorziato che esce dallo stereotipo americano. Un padre che fa finalmente il suo porco lavoro. Pur essendo stato mandato fuori casa dopo il divorzio, si impegna a mantenere un buon rapporto con le figlie. Peccato che di mezzo ci vada a finire il paranormale e una figlia che non ci metterà molto a mandare per aria i suoi piani per la nuova casa.

venerdì 12 aprile 2013

In the flesh (2013)

Quattro anni dopo "Il Ritorno", il governo comincia a riabilitare i Non-morti nella società tra i quali c'è l'adolescente Kieren Walker, che ritorna a casa nel suo piccolo villaggio di Lancashire per affrontare un'accoglienza ostile ma soprattutto, i suoi demoni.
(Liberamente tradotto da IMDB)

Horror\drama serie inglese in tre puntate, trasmessa dalla BBC. Già solo il fatto che gli zombie vengano trasmessi sulla rete che potrebbe essere paragonabile alla nostra RAI, dovrebbe far sorgere più di qualche peniero violento. Eppure gli inglesi l'avevano già fatto. Ma lasciamo perdere e concentriamoci su quello che possiamo definire il miglior serial horror\drammatico di quest'anno che se la gioca a pieno titolo con l'altro spettacolo che è stato "Les revenants". Uso il superlativo sempre con cautela ma questa volta mi sento quasi costretto, perché non capita spesso di commuovermi come un bambino tra mostri e sparatorie. E non sto scherzando. Senza anticiparvi nulla, il finale di "In the flesh" mi ha distrutto. Ma andiamo con ordine.
La storia è parecchio originale. Si parte dal presupposto che la "zombite", che viene qui denominata PDS (Partial Deceased Syndrome), sia stata debellata da qualche anno e i walking dead recuperabili si trovano nella fase di reintegro nella società. Il nome della malattia è un chiaro riferimento all'AIDS e la denuncia sociale legata alla emarginazione dei malati è fortissima.

venerdì 5 aprile 2013

American mary (2012)

La storia segue le vicende di una studentessa di medicina, Mary Mason, della sua corruzione e disincanto del mondo della chirurgia che un tempo ammirava. Il fascino dei soldi facili trasporta Mary nel mondo della chirurgia clandestina che finirà per lasciare più segni su di lei che sulla sua cosiddetta clientela 'bizzarra'
(Liberamente tradotto da IMDB)

Mary è una ragazza semplice che studia all'università di medicina per diventare chirurgo. Il suo problema è la mancanza i soldi che la vedrà costretta a entrare in un mondo nuovo, a lei completamente alieno. Un mondo non è ne buono ne cattivo. Solo triste.
Mary cerca lavoro come spogliarellista ma il caso vuole che si ritrovi a dover aiutare il proprietario del locale con un cliente brutalmente picchiato dai suoi scagnozzi, salvandolo. 
Il film, interpretato da una informissima Katarine Isabelle che gli appassionati ricorderanno per la cultosa trilogia di Ginger Snaps, parte in sordina per poi intraprendere la strada del grottesco, prima, del rape&revenge nella parte centrale, del soft-torture e del thrilling nel finale. Proprio questo è il maggior difetto di questa pellicola: troppa carne al fuoco.
Verranno presentati un paio di personaggi "mostri-non-mostri" che vi terranno svegli la notte, ma non per quello che vi potreste aspettare. In realtà queste creature sono frutto del body modification (occhio al link, se siete deboli di stomaco!), che tutti conosciamo nella forma del pearcing e del tattoo, ma che può arrivare a casi talmente estremi da far accapponare la pelle. Nel vero senso della parola.

lunedì 25 marzo 2013

Antiviral (2013)

E se potessi sentire quello che sentono loro? Syd March è dipendente presso una clinica che vende iniezioni di virus vivi raccolti da celebrità malate per i fan ossessionati. Comunione biologica - a pagamento. Syd fornisce anche campioni illegali di questi virus a gruppi di pirateria, contrabbandandoli dalla clinica all'interno del proprio corpo. Quando viene infettato con la malattia che uccide la splendida Hannah Geist, Syd diventa un bersaglio per i collezionisti e gli appassionati. Dovrà svelare il mistero che circonda la sua morte prima di subire la stessa sorte
(Liberamente tradotto da IMDB)

In un futuro non troppo lontano potremo ottenere dei particolari gadget, o meglio reliquie, dei nostri idoli semplicemente recandoci in delle cliniche specializzate dove il feticismo è diventato moda.
Lì potremo acquistare nientepopodimeno che i virus che hanno infettato le star nel corso della loro vita e iniettarceli direttamente noi stessi per provare quello che provano loro.
Da questo presupposto agghiacciante prende corpo questo gioiello del figlio d'arte Brandon Cronemberg, che si occupa sia della regia che della sceneggiatura. E ha imparato a dovere.
La regia è perfetta, ci sono alcune inquadrature da panico. Il bianco che permea l'intera pellicola, spruzzato qua e là di qualche goccia di sangue, rende l'intero film freddissimo, ma è solo un abbaglio perché in realtà ci aspetta un vero tour de force mentale. Per quanto riguarda la sceneggiatura siamo a livelli molto buoni. La storia è quanto di più tosto ci si possa aspettare. Lento e ragionato, il tutto viene portato avanti con una maestria degna di un veterano.

giovedì 13 dicembre 2012

American horror story asylum (2012)

American horror story (AHS d'ora in poi) è una serie televisiva statunitense di genere horror, in onda sul canale FX dal 2011 e comprende attualmente due stagioni da 12 episodi l'una e da 13 l'altra.
La prima stagione è incentrata sul cliché della casa stregata, mentre la seconda si occupa di raccontare le vicissitudini di un ospedale psichiatrico della metà degli anni '60, il Briarcliff, tanto che il sottotitolo dell'opera cambia in “American horror story asylum”.
La prima particolarità che salta all'occhio è che, diversamente da altre produzioni, le due serie sono quasi completamente slegate una dall'altra dal punto di vista narrativo. In comune si ritrovano ad avere lo stesso comparto tecnico e più o meno lo stesso cast.
La grossa novità che sta alla base di questa serie è che finalmente ritorna l'Horror sul piccolo schermo. Una critica a questa affermazione potrebbe essere che sono attualmente in programmazione in USA “666 park avenue” e “The walking dead”; ma ci si dovrebbe fare un piccolo esame di coscienza se si considerano queste due opere appartenenti al nostro caro non genere...
Se da un lato la sceneggiatura è molto povera, dall'altro ci si può godere una regia magistrale e una carrellata di personaggi cult da far girare la testa.
Proprio nei personaggi e negli attori sta la forza di questo piccolo capolavoro capitanato da un duo di malati composto da Ryan Murphy e Brad Falchuck. Questo duetto lo conoscete molto bene se avete seguito Nip\Tuck o Glee. In sostanza sono i nuovi Re Mida della TV americana.

lunedì 26 novembre 2012

The Day (2011)

Un gruppo di cinque ragazzi, tre uomini e due donne, vaga senza meta per una prateria di un mondo che sta lentamente morendo. Il cibo scarseggia e l'unico modo per poter sopravvivere è quello di nutrirsi delle ultime prede animali.  Peccato che anche l'uomo faccia parte di questa specie. Riusciranno i nostri eroi a fuggire da nemici pronti a mangiarli come fossero maialini da ingrasso?
Il problema è che buoni e cattivi si mescolano in un brodo oscuro che potrebbe nutrire nessuno.

Grazie a questo signore qui per avermi ricordato che ce l'avevo in standby.

Violenza. Sangue. Morte. Speranza zero. Questo in soldoni il contenuto di questo The Day che è la miglior sorpresa che mi sia capitata a tiro negli ultimi sei mesi, almeno. Non rientra nella mia amata scatola dei "film cazzoni doc" solo perché di scanzonato non c'ha proprio nulla. Il film, pur rimanendo nell'area del buon intrattenimento, non perde mai quell'onda di depressione che ben si addice ad un racconto post-apocalittico. La pellicola si avvicina molto allo splendido "The road", che ho amato alla follia, e si allontana chimicamente da quel tugurio che fu "The divide".
Il film è sostanzialmente un western post-apocalittico dove il tema principale è l'assedio. I protagonisti della vicenda non sono stereotipati in nessun modo e già questo rende la visione estremamente vivace e interessante. Peraltro in soli novanta minuti le figure principali vengono sviluppate in maniera eccellente, tanto che è facile in alcuni punti cominciare con il tifo da stadio.  Ci sono delle idee nel film che lo rendono di una cattiveria estrema e che mi sono piaciute da morire. Tanto per intenderci, nel cast troverete anche Dominic Monaghan, il cantante rock di Lost, che pur essendo la facciata marchettara di tutti i poster, non sarà difficile che vi venga un colpo al minuto trenta, soprattutto se siete suoi fan.

mercoledì 17 ottobre 2012

Absentia (2011)

Nella periferia di Los Angeles Tricia ha un piccolo appartamento che un tempo condivideva con suo marito Daniel che risulta scomparso, come molte altre persone nella zona, da almeno sette anni. Tricia ha una gravidanza avanzata e sua sorella Callie viene a farle visita. L'incontro tra le sorelle avviene dopo un lungo periodo che non si vedevano a causa di alcuni grossi problemi di droga di Callie.
Per la legislatura americana Daniel risulta “morto inabsentia” e Tricia si troverà controvoglia a firmare la sua dipartita burocratica. Intanto, tutte le mattine, Callie va a correre e passa costantemente sotto un piccolo tunnel che la turba ad ogni passaggio. Un giorno il tunnel svelerà il mistero che cambierà per sempre la vita delle due sorelle. E non in positivo.

Mi chiedo spesso se sia possibile costruire un film a budget quasi nullo e rendere una vicenda piuttosto complessa e poco verosimile, credibile e perturbante allo stesso tempo. Il più delle volte la risposta è negativa ma in questo caso Absentia ci riesce e si sorbisce l'effetto di un pesante pugno allo stomaco.
La situazione atipica della scomparsa di una persona cara, senza sapere se è morta o no, è un evento che ti rende la vita impossibile. Ho provato a immaginare una situazione del genere e mi vengono i brividi al solo pensiero.
In Absentia, oltretutto, ci si mette in mezzo anche la burocrazia a complicare il tutto. E' facile capire come Tricia si trovi del tutto spiazzata a dover firmare un documento che certifica la morte di Daniel senza avere nessuna certezza.
La scomparsa di Daniel non viene assolutamente dettagliata nel film e tutto prende un aspetto quasi etereo e si respira una strana sensazione di smarrimento.
La telecamera usata per il film, incredibile ma vero, è una macchina semi-professionale ed è una sola. Eppure il comparto tecnico non ne risente per nulla, anzi, si ha quella spiazzante sensazione di realismo che danno i mockumentary, e si ottiene un girato praticamente perfetto dotato di una potenza visiva molto disturbante.

mercoledì 29 febbraio 2012

Lake Mungo (2008)

Nel 2005, nella piccola cittadina di Ararat (Victoria, Australia), viene ritrovato nel vicino bacino articifciale, il corpo della giovane Alice Palmer. La famiglia Palmer, distrutta per la terribile perdita, si ritroverà, suo malgrado, al centro dell'attenzione mediatica australiana a causa delle continue apparizioni del fantasma della figlia morta. Gli avvistamenti non attirerebbero tanta curiosità se non fosse per il fatto che tutti vengono immortalati su fotografia o videocassetta. Il film non è altro che la cronaca degli eventi che si susseguirono dopo la tragica scomparsa di Alice.

Lake Mungo è un mockumentary costruito molto bene e con una solida base horror che più di qualche volta mi ha fatto finalmente riprovare quel sentitmento osceno che chiamiamo paura.
Ultimamente la produzione di questo sottogenere ha concepito delle vere nefandezze (vedonsi Paranormal Activity, Paranormal Entity, Paranormal Foolish, mai visto questo? ), ma qui ci troviamo davanti a una pellicola girata in modo esemplare con una sceneggiatura semplicissima ma di impensabile impatto.
Il lago Mungo si trova in Australia nel Nuovo Galles del sud, nel parco omonimo. La zona è praticamente desertica e sede di scavi archeologici che riguardano il Pleistocene. Il titolo non ha molto a che vedere con il film, che si sviluppa in tre tronconi principali e sfocia solo nel finale in questo impervio e splendido luogo.
Joel Anderson, regista e sceneggiatore, ci trascina lentamente tra queste tre situazioni in modo naturale, riempiendoci di pregiudizi che poi smonta mano a mano, in maniera assolutamente credibile, mentre si appresta a togliere il velo ai prossimi terrificanti segreti.
La prima parte racconta a grandi linee la vicenda di Alice e comincia a farci entrare in un mondo fatto di fantasmi e medium. La seconda parte distrugge tutta la messinscena costruita prima con tanta perizia, mostrandoci il lato umano della famiglia Palmer e il dolore che si prova a perdere una figlia che si amava. Ma la svolta migliore si ha nella terza parte dove Alice, presentata fino a quel momento come brava ragazza, si traforma in qualcosa di diverso e assolutamente incomprensibile per i suoi famigliari.
Fulminante e geniale l'idea di utilizzare le fotografie scattate dal fratello Mathew allo spettro di Alice, per creare quel capovolgiento di fronte che non vi lascerà sicuramente indifferenti. Quindi non preoccupatevi se nella prima parte il film prende una piega piuttosto grottesca perché poi non vi pentirete di aver proseguito la visione.
Da sottolineare una sorta di omaggio di Anderson a David Linch e al suo Twin Peaks, con il cognome di Alice, cioè Palmer e la scena del ritrovamento del corpo sulle rive di un lago. Fate attenzione al cadavere...
Dal punto di vista tecnico il film duole di una fotografia piuttosto dozzinale e televisiva, che dovrebbe marcare il territorio del mocku, ma che a mio avviso denota una mancanza di bravura. Ma è davvero una piccola sfumatura in un complessivo davvero sorprendente.
Gli attori sono dentro le loro parti, ma è anche vero che questo tipo di girato non mette di sicuro in risalto le qualità recitative. Infatti gran parte del film è composta da interviste televisive, video ripresi con telefonino o videocamere e una serie di flashback. Menzione per Talia Zucker (Alice) che da viva, è anche un bel donnino e fa molto Liv Tyler
La ricostruzione dei flashback è ben fatta e solo questi spezzoni fanno da collante nell'intero documentario spiegando con calma le varie fasi della morte di Alice, facendoci addentrare sempre più in profondità nell'oscurità che permea la vicenda.
Il regista ci tiene attaccati al video con un modo aggraziato e delicato di affrontare la morte di una persona cara. Persino quando la vicenda si sporca e sembra trascinare i protagonisti in una spirale discendente, non si perde mai il controllo della situazione e non si cade in una bieca retorica, anzi.
Il finale capolavoro chiude il cerchio in un modo così perturbante che allo spegnimento del lettore ho dovuto trattenermi dal fare un piccolo salto di gioia per avermi fatto provare quella sana paura che un buon horror dovrebbe riuscire a suscitare. Grazie Anderson, grazie di aver partorito questo piccolo gioiello che non lascia indifferenti e fa ben sperare nel tuo luminoso futuro.
Film perfetto per i detrattori del mockumentary e consigliatissimo per una serata all'insegna di un vero film horror.

P.S.: Visto che il film era costruito così bene, vuoi che gli 'mmerigani se lo lasciassero sfuggire? Eh, no! E infatti sembra che la squadra di “The ring” (Verbinski in testa) si sia già accaparrata i diritti per un meraviglioso remake.

domenica 22 maggio 2011

Les 7 jours du talion (2010)

Il dottor Bruno Hamel e la moglie Sylvie lasciano andare l'amata figlioletta di otto anni alla scuola pomeridiana tutta sola. La povera Jasmine non farà più ritorno a casa. Un pedofilo l'ha catturata ed ha brutalmente abusato della sua ingenuità e del suo piccolo corpo. Il ritrovamento, la cattura del criminale e il dolore che ne deriverà faranno scattare la pazzia nella mente di Bruno che festeggerà in modo macabro il nono compleanno di Jasmine.

Quando ho cominciato la visione di questo film in lingua francese mi sono sorte due domane: ma è un remake di The tortured? Ma soprattutto: I francesi fanno un remake!?
La prima risposta è no. Non è un remake ma una la lucida e cattivissima interpretazione del dolore che solo un genitore potrebbe provare e non una porcata del genere. La seconda risposta è ancora no. Il film è in francese ma di origine Canadese. Ma a questo punto mi chiedo se questi gioielli cinematografici possano essere realizzati solo se si parla in francese. La canzone "vorrei la pelle nera" nella mia testa comincia a trasformarsi in "vorrei la lingua gallica".
Siccome sono in vena, ripeto la domanda che mi feci per The tortured: "E' possibile affrontare un argomento tanto delicato senza colpire fuori dall'obiettivo o non percorrendo le strade del retorico e dell'ipocrisia?" Ebbene, il regista Daniel Grou, ma soprattutto lo scrittore Patrick Senécal (Se non avete visto 5150 Rue des Ormes, non perdete altro tempo) hanno saputo creare un mostro di follia senza dare nessuna risposta e lasciando allo spettatore indifeso tutte le sue scelte.
Les 7 jours du talion dura quasi due ore e non aspettatevi di guardare un film horror in piena regola seppur pregno di scene racapriccianti al limite del sopportabile. No, questo è un viaggio lento e riflessivo nella mente di un padre che non trova la pace interiore. Bruno è un dottore giovane e stimato e ama la sua famiglia che rispetta i canoni della "famigliola perfetta". La moglie Sylvie è abbastanza marginale come fgura nella trama e non si capisce mai se la decisione di Bruno sia stata presa in combutta con lei o in piena autonimia. Proprio questa ambiguità di scelte e decisioni è continuamente lasciata fuori dal racconto e si può rimanere turbati o meno, a seconda della propria sensibilità.
Tanto per capirci, la peggiore\migliore scena in tutta la pellicola è il ritrovamento del corpo di Jasmine che tocca dei tabù durissimi e scardina con classe una delle regole non scritte del cinema d'orrore. A voi, se volete dare del tempo alla pellicola, scoprire questo momento perturbante e profondo.
La svolta del film è il rapimento del pedofilo ad opera di Bruno assieme ad un delinquentello locale pagato proprio da quest'ultimo. La scena del rapimento è una mancanza di sceneggiatura abbastanza importante perché non è possbile capire come l'evento sia effettivamente capitato. A parte questo la vicenda prende una piega da "torture porn" in piena regola, ma girata da Grou così realisticamente e senza concentrare le immagini sulle peggiori sevizie, che l'immaginazione inizia a viaggiare alla velocità della luce. Terribilmente d'impatto la tortura delle frustate con la catena che strizza l'occhio con furbizia alla "Passione" di Gibson. I sette giorni che mancano al compleanno di Jasmine passeranno nel martirio fino all'epilogo finale.
Senza mai dare tregua allo spettatore che viene continuamente bersagliato dal dolore (o pazzia?) di Bruno, anche attraverso una fotografia sintetica e una scenografia da streghe di Blair, ci si ritrova a conoscere l'investigatore Mercure che sta cercando di fare in modo che la situazione non precipiti. Proprio Mercure, colpito anche lui dalla morte violenta della moglie e ossessionato pericolosamente da questo evento, sarà l'ago della bilancia di tutta la vicenda. Purtroppo nella seconda parte del film, dove c'è la ricerca del dottor Hamel, c'è il secondo scivolone della sceneggiatura. Infatti ad un certo punto Bruno decide di rapire una signora che si è macchiata del peccato di aver detto al telegiornale di aver cancellato la morte della figlia, anch'essa uccisa dallo stesso pedofilo. Se nel senso della pellicola tutto fila liscio, il rapimento è insensato e trattato con un leggerezza tale da far rischiare il tracollo. Senécal si salva con la turbante apparizione di Jasmine nello chalet preso in prestito da Bruno per attuare la sua vendetta.
Per fortuna che il finale rende merito alle due ore passate davanti allo schermo. Tutto viene risolto con due domande di un giornalista che sembra rivolgersi direttamente verso di noi. Io non sono riuscito a rispondere. Se volete dare una possibilità a Les 7 jours du talion, fatelo in una serata libera da pare mentali e poi provate a rispondere pure voi... se ci riuscite.

mercoledì 27 aprile 2011

Wake wood (2011)

Louise e Patrick trascorrono una vita tranquilla assieme alla loro piccola figlia Alice. Un giorno Il padre, veterinario di buona esperienza, porta a casa un cane malato che tiene nel recinto vicino a casa. La figlioletta, curiosa e incosciente, si precipita a giocare con l'animale che però ha una violenta reazione e la attacca con ferocia, uccidendola. Il dolore dei due genitori si compie con la decisione di lasciare il vecchio paese e trasferirsi a Wakewood nella periferia irlandese. Una sera Louise scoprirà che in questo luogo si eseguono strani riti di resurrezione e da quel momento la loro vita nel nuovo villaggio sarà segnata per sempre dai poteri occulti della foresta vivente.

Wake wood è il male che si nutre della tua anima lasciandoti solo le briciole. In questo splendido film non ci sono demoni, non c'è magia nera, non ci sono né mostri né streghe, solo piccoli uomini che accettano qualsiasi compromesso pur di non morire dentro. La piccola Alice viene a mancare in circostanze terribili e il dolore che accompagna i genitori lungo il percorso verso la sua resurrezione è rappresentato come una moderna Via Crucis che non lascia spazio all'horror di vecchio stampo. Il film è lento e riflessivo e un merito della clamorosa sceneggiatura è quello di mostrare che anche nella disperazione più grande, padre e madre non litigano mai e assieme trovano il modo di riavere il loro amore, anche se significa entrare in contatto con l'ignoto che dimora dentro al bosco. La famiglia non è perfetta ma l'amore che la unisce, sì. Patrick è un veterinario vero. Non è lo stupido stereotipo dell'insulso "amante degli animali" e compie degli atti che in più di qualche occasione rendono difficile la digestione. Favolosa la scena di uccisione del toro bianco. Proprio il suo intenso lavoro farà precipitare la situazione quando, per motivi sconosciuti, un toro schiaccerà a morte il suo padrone. Infatti il cadavere del povero malcapitato verrà utilizzato per compiere il rito di resurrezione di Alice.
Il patto sarà stipulato con degli sciamani che non hanno nulla a che vedere con tutto quello di cui siamo stati testimoni in tanti anni di horror demoniaco. Sono persone normali che assomigliano di più a cacciatori che a maghi. Il rito è qualcosa che non è possibile raccontare e che deve essere visto. Assolutamente.
Il dolore prima, l'oscenità durante e il terrore dopo, fanno di questo film un gioiello da non lasciarsi scappare. La sceneggiatura è complessa e molto ben strutturata, introducendo concetti Kinghiani da "Pet cemetery" e strizzando l'occhilino allo "Shining" di Kubrick, senza tralasciare, nel mezzo, omaggi al mito del "Golem". L'introduzione di monili tipicamente indiani (d'America) e della figura del "whopi" fanno presagire un amore profondo del regista per questa civiltà e creano uno stravagante connubio di culture che rende la visione molto suggestiva.
Il signor David Keating si diletta in regia, scrittura e sceneggiatura, con la completa sufficienza nel primo punto e raggiungendo l'eccellenza nei secondi due. Questo signore di cinquant'anni non ha una grande produzione alle spalle, ma se questo è il risultato di un'attesa di quindici anni dal suo ultimo film credo proprio che darò un'occhiata al suo operato. La regia in effetti non è delle migliori e ogni tanto si nota la predominanza fisica dei due attori principali: Eva Birthisle (già vista nel bellissimo "The Children") e il bravo Aldan Gillen ("The Wire", e nel nuovo "Game of throne"). Non dimentichiamo che la produzione è della mitica Hammer ("Let me in") che con questa pellicola riapre completamente i gloriosi battenti in grande stile.
Le ambientazioni sono perfettamente selezionate. Non splende mai il sole, si cammina sempre nel fango e la pioggia, anche se leggera, non smette mai di scendere. Un'Irlanda senza scogliere, sprofondata nel male delle sue foreste che nascondono orrori innominabili.
La piccola Alice (l'ermetica Ella Connolly, alla sua prima prova d'attrice) è al centro della storia ma non ne esce come lo stereotipo della "bambina terribile" ma piuttosto come il risultato di un errore di calcolo di un manipolo di strani esperti che usa un potere antico e pericoloso, credendo di aiutare ad alleviare un dolore troppo grande per essere placato da un breve incontro di tre giorni.
Non aspettatevi di vedere uno di quei film in cui viene evocato qualche strano spirito malvagio; no, Wake wood darà una scossa ai vostri sensi più profondi e non guarderete più un bosco con gli stessi occhi di prima.
Il finale del film è "il perturbante" in una delle sue accezioni più vivide. Completo, profondo e malvagio, senza nessuna speranza di redenzione. Questo è Wake wood: non un capolavoro e neanche sostenitore di originalità, ma un film che sa sconvolgere quando alla fine di tutto, lo sguardo malato di Patrick incrocerà il vostro.